“Abbiamo vissuto l’inferno, abbiamo visto papà spegnersi giorno dopo giorno, mi sono dovuta improvvisare infermiera, medico, gli ho praticato il massaggio cardiaco, le flebo, la bombola di ossigeno, tutto solo grazie alle cose che ho imparato facendo volontariato, alla borsa di studio che ho vinto anni fa all’Oncologico di Bari, alle persone che ci sono state vicine. L’assistenza territoriale è venuta completamente a mancare”.

Ha lottato finché ha potuto, ma alla fine non ce l’ha fatta. Parliamo del papà ultranovantenne, cardiopatico, infartuato, allettato, risultato positivo al coronavirus e per cui la figlia, da noi intervistata, ha raccontato il calvario per cercare di far avere agli anziani genitori contagiati un po’ di assistenza, costretta a chiamare il 118 ben 5 volte.

“Dopo la vostra intervista ho chiamato altre tre volte, l’ultima per la constatazione del decesso” ci ha detto a telefono, con la voce rotta dal dolore per la perdita e dalla tosse che non l’abbandona. Anche lei, infatti, come l’anziana madre, è positiva al coronavirus. La sorella, almeno fino all’altro giorno, il 7 dicembre quando hanno fatto l’unico tampone, era negativa, ma non si può escludere che si sia contagiata nell’assistere il papà.

“Siamo in isolamento da quasi un mese. Papà ha accusato i primi sintomi il 14 novembre, mamma il 15, io e mia sorella il 16, siamo state convocate per eseguire il tampone alla postazione drive-in alla vigilia dell’Immacolata, il giorno dopo papà è morto – racconta -. A papà abbiamo tolto le flebo, lo abbiamo pulito, gli abbiamo tolto i muchi dalla bocca, gli abbiamo pulito il naso, gli occhi, lo abbiamo lavato, siamo state fisicamente a strettissimo contato con papà, abbiamo fatto tutto quello che potevamo”.

“Ci siamo sentite abbandonate, posso solo ringraziare il 118 che ha fatto anche molto più del dovuto – sottolinea -, la medicina del territorio è venuta completamente a mancare. Ho avuto indicazioni dal medico di base, dalla farmacia, cose pratiche, come il dosaggio dell’ossigeno per esempio; ora siamo attanagliate dai dubbi”.

“Avremo fatto abbastanza? Avremo fatto le cose nel modo giusto? Avremo dato troppo ossigeno, o troppo poco? C’è qualcosa che avremmo dovuto fare diversamente o non fare proprio? Papà è morto per arresto cardiocircolatorio o per qualcos’altro? Questo è il vero dramma di tutta questa storia, abbiamo mille domande a cui non potremo mai dare una risposta – conclude – e non è giusto. Stiamo metabolizzando l’inferno che abbiamo vissuto”.

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