Quarantasei tecnici hanno perso il lavoro. Sky cambia appaltatore e Videobank licenzia, senza che sia stata prevista una clausola sociale. Padri di famiglia, monoreddito, giovani speranzosi, tutti professionisti capaci. Di punto in bianco il mondo diventa nero. A loro, che in molti casi conosco personalmente, con i quali ho anche lavorato, va tutta la mia e nostra solidarietà.

Ma davvero è stato un fulmine a ciel sereno? I sindacati puntano i piedi a cosa fatte, ma ho visto pochi di loro ribellarsi quando una troupe viene sottopagata o quando un operatore è costretto a fare anche sei differenti mansioni per 13-14 ore al giorno. Non ho visto levate di scudi tra gli stessi tecnici quando, per esempio, Mediaset ha smantellato il suo assetto, affidando le riprese esterne ai service, costretti a stringere la cinghia come se le attrezzature fossero indistruttibili e le persone potessero davvero lavorare prendendo meno della paga di una colf.

Diciamocela tutta. Il settore, così come quello giornalistico, sta andando verso una lenta e inesorabile fine, stritolati dall’incapacità di una radicale riforma. Lasciare il mondo così com’è fa piacere a chi siede nella stanza dei bottoni o in quelle accanto degli yesman. È arrivata l’era degli arraffoni, di quanti, per mille ragioni, riescono a offrire prezzi fuori mercato, pensando di poter colmare il gap facendo a cottimo. Il nostro, però, è un mestiere che non può essere fatto alla carlona.

Vi siete mai arrampicati sulle spalle di un operatore? Siete mai andati nella stessa auto con lui per inseguire qualcuno che non voleva dare spiegazioni? Lo avete mai visto sotto la pioggia o mentre l’asfalto bruciava, in attesa di qualcuno che dopo 12 ore non è mai arrivato? Lo avete visto imbracciare la telecamera dopo aver guidato per una giornata intera, mentre eravate a casa sul divano aspettando il collegamento con lo stadio o il tg? Lo avete visto pisciare dentro una bottiglia di plastica durante un appostamento per non perdere il momento propizio? Lo avete mai visto fare i salti mortali per evitare che l’assenza di segnale potesse compromettere il collegamento?

Nella società dell’effimero, dell’immagine, non ci si rende conto dell’importanza di chi quell’immagine la costruisce o contribuisce a costruirla, di quanta pazienza ci voglia affinché sia tecnicamente, emotivamente ed eticamente corretta. Ho sempre pensato che il lavoro del giornalista fosse complementare a quello dell’operatore, perché con quattro occhi e a volte anche con quattro mani, le cose hanno un’efficacia e una profondità diversa.

Non mi scandalizzo per quanto successo a Mediaset prima e quando succede oggi a Videobank attraverso Sky. Resto basito nel leggere i soliti commenti sciocchi, scritti soprattutto da chi non ha neppure idea di cosa sia questo nostro mestiere di giornalisti, cameraman, tecnici e affini. Il mestiere del cameraman e quello del tecnico sono morti nell’istante in cui noi altri, i giornalisti, abbiamo accettato di fare i videomaker, abdicando spesso al nostro ruolo, pur di avere l’intervistato a fuoco.

A Telenorba, per esempio, succede da una vita che i giornalisti facciano da soli, con risultati discutibili, così come lo sono in tutte le realtà dove questo accade per prassi e non eccezionalmente. Sarebbe opportuno che l’Ordine dei Giornalisti chiarisse cosa debba essere un giornalista. Nel caso gli sia chiesto di essere tutto, infatti, non avrebbe alcun senso l’organizzazione attuale di una professione svenduta al peggior offerente.

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