sindaco

A Bari è toccato il Sindaco Irrilevante. Sarebbe perfetto come quarto personaggio di una famosa e mai abbastanza letta Trilogia di cui la letteratura italiana va giustamente fiera. Antonio Decaro, dopo quasi due anni dal suo insediamento, ha ormai denunciato tutti i suoi limiti, i suoi “vizi”, le sue pesanti eredità politiche, ma anche, se ci passate il termine, antropologiche che escludono definitivamente ogni possibilità che egli possa un giorno essere ricordato come un buon sindaco.

La città, semplicemente, non funziona e, per alcuni aspetti, è tornata indietro di vent’anni o giù di lì. Se a questo si aggiunge l’inesistenza fattuale e concreta del versante “metropolitano” del territorio (e basta chiedere ai cinque presidenti di Municipio, tutti della stessa maggioranza che governa la città), il totale distacco di quella parte sana e creativa della società da ogni vero ganglio decisionale, il nulla o quasi dei servizi sociali (per cui dalla Diocesi di Bari, di solito quieta e moderata, arriva un grido d’allarme per i minori della città vecchia, ormai di nuovo preda dei clan malavitosi), il quadro è completo.

Antonio Decaro dovrebbe rimettere in sesto i servizi fondamentali (trasporti e igiene in primis) ma si limita a fare la ramanzina a chi lascia i materassi vicino ai cassonetti o a chi butta le cicche per terra. Sta più a Roma che a Bari, perennemente sintonizzato sulle frequenze renziane (sperando forse che lo chiamino a fare altro, visto che odia fare il Sindaco), inciucia a livello di ANCI (che potrebbe essere una lobby buona se solo non fosse popolata da mezze calzette ambiziose e provincialotte); ha “cacciato” la politica (o almeno dice che vuole farlo) dalle municipalizzate, con il risultato che nessuno governa nulla, nessuno risana nulla, nessuno fa funzionare nulla.

Brillantemente (si fa per dire) coadiuvato da Pellegrino Davide Filippo, Direttore Generale del Comune, una delle tante figure protagoniste del disastro vendoliano alla Regione Puglia, che il nuovo presidente Michele Emiliano ha provveduto a rifilargli, pur di non averlo ancora fra i piedi.

E così Decaro passa il poco tempo che ha a disposizione per la città a girare stucchevoli video sulla maleducazione dei baresi (senza peraltro dirci come intende porvi rimedio), a farsi squallidamente fotografare seduto sui materassi abbandonati dagli sporcaccioni (senza peraltro mai aver lanciato una seria sensibilizzazione compartecipata per combattere questi comportamenti), a dare ideali botte sulle manine di chi non differenzia (aumentando la Tari, in contemporanea). Insomma, il Sindaco Educatore, una cosa a metà fra il boy scout che aiutava Nonna Papera ad attraversare la strada e il televenditore di pentole che con 100 euro vi manda a casa tutto il magazzino di cianfrusaglie.

E poi, proprio lui che è figlio di una città difficile e complicata, che rivendica ad ogni occasione sia l’eredità antropologica sia quella politica di una lunga e molto attiva tradizione “socialista” (in senso barese e craxiano del termine), figlio a tutti gli effetti di suo padre, che amministrò Bari prima di lui (quella partitocrazia contro cui tutti si scagliano, salvo poi a imitarla per gli interessi personali appena possibile), come può pretendere di correggere negli altri gli stessi “tic” sociali che, a quanto pare, fanno parte dell’identità invincibile di questo territorio?

 

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