Una mano, e una zampa, sul ventre di Silvia, sua moglie. Con questa foto pubblicata su Facebook, Stefano Mastrolitti ha annunciato ad amici e follower che presto diventerà padre. Un evento molto sentito e molto atteso, a giudicare dalle risposte all’intervista semi seria, molto semi e poco seria, che gli abbiamo fatto. Con in mente il film di Luciano Decrescenzo “Così parlo Bellavista”, abbiamo provato a sfottere un po’ l’amico Stefano sul dualismo nord-sud, lui che da buon terrone è emigrato a Milano e da qualche mese parla all’Italia dal microfono di R101.

Perché? (domanda serissima: di questi tempi mettere un figlio al mondo è una scelta impegnativa…)

Perché è il senso della vita. Perché sarà una banalità, ma proprio quando tutto il mondo sprofonda nel pessimismo, alimentare la specie può essere la risposta più forte alla paura. Perché la mamma e il papà di questo umano che verrà si amano tanto e da tanto. Perché il tempo scorre più in fretta di quanto crediamo, a trent’anni. Perché vogliamo che nostro figlio abbia dei genitori ancora in forze, mentali e psichiche, quando dovrà prepararsi a spiccare il volo. Perché vogliamo che nostro figlio possa godere il più a lungo possibile dei suoi quattro fantastici nonni e ancor di più dei suoi due bisnonni. Perchè abbiamo fatto tante rinunce e tanti sacrifici per potercelo permettere. Perché ne vogliamo almeno tre e quindi da uno si doveva pur cominciare. Perché è il momento giusto. E per sette miliardi circa di altri validi motivi.

Non hai paura che da grande faccia un ape con gli amici, vada in disco e non beva la Peroni?

Ho più paura che sia un cozzalo, che vada in motorino senza casco, che la Peroni la beva e poi butti la bottiglia vuota a terra e più in generale ho paura che non rispetti la gente che lo circonda e il posto in cui vive. Ma farò tutto ciò che è in mio potere per evitare questi rischi e se poi, nonostante tutto, lo sgamerò comunque a fare il ricottaro in giro, gli spezzerò dolcemente la noce del capocollo.

E se parlasse milanese e non mangiasse gli allievi crudi?

Ci tengo a dire che, costi quel che costi, io non farò mai mancare un piatto di allievi crudi sulla tavola della mia famiglia, anche perché caso vuole che l’allievo crudo sia anche uno degli alimenti preferiti di mia moglie. Il rischio dell’accento milanese invece è altissimo, visto che nascerà e crescerà a Milano, ancor più alto con un padre speaker radiofonico, che parla sempre in dizione, tranne quando gastema. D’altra parte c’è la mamma che continua a mantenere con orgoglio una gradevole cadenza barese (versante Madonnella). Quindi potremmo sperare in un melting pot linguistico, un ibrido filologico, un match grammaticale… Forse mio figlio creerà una nuova lingua, una sorta di Nuovo Esperanto che unisca finalmente Terroni e Polentoni in un unico grande cerchio d’amore fraterno. Ma la verità è che io sarò felice e fiero di lui anche se sarà un semplicissimo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Il parto a Milano o a Bari? Sanità a parte, cosa vuoi che sia scritto sulla carta d’identità? (con tutto quello che ne consegue: opportunità, identificazione sociale etc. etc.)

Milano. Per motivi logistici, legati al mio lavoro, ma anche perché, per quella che è la mia esperienza, è una città dieci volte più efficiente di Bari, sotto ogni punto di vista. La carta d’identità è – appunto – soltanto un pezzo di carta. Mi sforzerò di insegnare a mio figlio quanto siano pericolose le etichette, per sé e per gli altri. E trasferirò in lui l’amore per la sua terra d’origine, ma anche il rispetto per la città che ha accolto la sua famiglia. Il resto lo farà lui, nei modi e nei tempi che riterrà più giusti. Nella più totale libertà.

Dove ti piacerebbe farlo crescere, a Bari o a Milano?

Se la scelta è tra queste due città, mi piacerebbe che crescesse a Milano, dove avrebbe molte più opportunità, ma farei del mio meglio per fargli trascorrere più tempo possibile anche a Bari, con i nonni, gli zii e il mare. Però, più in generale, mi impegnerò a farlo crescere nel mondo, a farlo viaggiare tantissimo. Voglio che abbia gli occhi aperti e la mente spalancata.

Parliamo del nome, dopo ampio e democratico dibattito, cosa ha deciso tua moglie?

Il dottore sostiene che sarà maschio al 90% e – ti stupirò – il dibattito sul nome è stato davvero ampio e democratico. La scelta è caduta su Nicolò. Deriva dal classico e baresissimo Nicola, nome voluto da me come omaggio alle nostre origini e in onore del futuro bisnonno materno. Aggiungici che abbiamo scoperto di essere in attesa proprio nel giorno di San Nicola (quello “barese”, l’8 maggio). Mia moglie ha solo chiesto di “addolcirlo” con la versione glamour Nicolò. E ha chiesto anche di aggiungerci Antonio, il nome del mio papà, ma con la virgola. Mentre entrambi eravamo convinti sin dall’inizio a dare a nostro figlio il doppio cognome. Quindi all’anagrafe sarà Nicolò, Antonio Mastrolitti Longo.
Se fosse femmina (c’è chi ancora spera in quel 10%) tutto questo discorso cade. Si chiamerà Rebecca. Nessun motivo particolare, è un nome che piace a entrambi i genitori: ne parlavamo già ai tempi del liceo.
Sì, mia moglie e io parlavamo di figli già quindici anni fa. Quindi, si può dire che ci abbiamo messo pure troppo tempo a fare il primo!

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