Biagio Massari e Gianluca Albergo sono due autisti-soccorritori assunti dall’associazione Univol di Modugno nella postazione del 118 nella postazione di Palese, a nord di Bari. Una zona particolarmente difficile perché vicina al Centro di identificazione ed espulsione e a quello di accoglienza per immigrati, il Cara. L’intervista è stata realizzata all’indomani dell’omicidio Sifanno, al quartiere San Paolo. Per diversi minuti gli operatori del 118 rimasero soli, senza nessun presidio delle forze dell’ordine. Da qui l’invito a un maggiore coordinamento, perché operare con il fiato sul collo dei parenti inferociti, in mezzo all’assalto dei giornalisti, dei curiosi e di chi si improvvisa soccorritore, non è facile. Un disagio per tutti, anche nei casi apparentemente meno complicati, per esempio quando gli operatori sanitari e i volontari sono costretti a medicare e trasportare al pronto soccorso ubriachi e gente molesta di ogni tipo. Provate a immaginare con quale stato d’animo – per esempio una donna o il personale di un’ambulanza Victor (solo due persone a bordo) – possa affrontare l’emergenza, dovendo tenere a bada l’esagitato di turno.

Biagio Massari  – che su un sopracciglio porta ancora il segno di un cazzotto sferrato da un paziente anni fa, quando era un volontario – la sera prima dell’intervista è stato costretto a fare da balia a un uomo alticcio per quattro ore, tenendolo letteralmente sotto custodia. Da Palese in viale Salandra, non proprio a due passi dalla postazione. Se ti chiamano per coprire una simile distanza vuol dire che tutte le ambulanze più vicine sono già impegnate.

L’uomo, in preda ai fumi dell’alcool, scaglia un telefono cellulare contro un ignaro barese in attesa, impreca, bestemmia e si abbassa pantaloni e mutande, urlando frasi irripetibili. Ed ecco l’altra questione spinosa. Non di rado soccorritori e mezzi di soccorso sono «ostaggio dii pronto soccorso per la mancanza di personale, di barelle o semplicemente perché certi pazienti devono essere gestiti da più operatori». Tutto questo mentre dalla centrale operativa chiedono un altro intervento o di tornare a presidiare il territorio. Esiste una regola in queste circostanze? Se esiste, perché non viene applicata? A sentire i due soccorritori non è mai stata fatta chiarezza in tal senso.

I volontari, che al pari di medici e infermieri, ipotizzando persino una diagnosi, firmando la scheda dell’intervento esattamente come un medico o un infermiere, sono carne da macello. Non hanno un riconoscimento economico. Il loro non è considerato neppure un lavoro. Senza contare i rischi di ogni tipo, compreso quello biologico che può essere generato da un probabile contagio di epatite, hiv o qualsiasi altra malattia. Nel video le ragioni dei due autisti su alcune controverse questioni del 118.

 

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