Per anni noi stessi abbiamo denunciato la necessità di una maggiore umanizzazione di reparti e interi ospedali. La terapia è solo uno degli elementi necessari alla cura. Chi ha avuto a che fare con la malattia sa bene quanto ogni minima complicazione possa fiaccarti oltremodo. L’era digitale ha illuso tutti.

La minore quantità di scartoffie avrebbe assicurato ai medici una maggiore dedizione ai pazienti, ma a quanto pare non è così. Il distanziamento dettato dal covid e sistemi informatici giudicati inadeguati avrebbero in realtà complicato la vita di tutti: operatori sanitari, pazienti e i loro familiari.

Ne sa qualcosa il dottor Antonio Cusmai, in servizio presso l’I.R.C.C.S. Istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari. Il medico ha affrontato la questione attraverso uno sfogo sul suo profilo Facebook. Di seguito riportiamo il contenuto del suo post.

LO SFOGO DELL’ONCOLOGO ANTONIO CUSMAI – Avrei voluto prendermi cura delle persone che soffrono e dei loro familiari. Tutto iniziò quando ero alle elementari, dopo aver visto sparire, dopo mesi di sofferenza, una zia splendida affetta da tumore mammario e uno zio medico, affetto do glioblastoma. Sapevo che non li avrei mai più visti, ma nessuno ebbe il coraggio di raccontarlo, iniziai a disegnare cimiteri e decisi che avrei voluto fare l’oncologo. Non avevo idea di quello che mi aspettava, ma ero deciso.

Mi sono diplomato senza difficoltà, anche se ho dato tanto filo da torcere ad insegnanti e preside, mi sono laureato mettendoci tanto impegno, sotto lo sguardo severo della mia amata mamma, ho fatto il militare e poi finalmente specializzazione e dottorato in oncologia. Al termine della specializzazione ho visto la sofferenza da vicino, negli occhi di mio padre che moriva anche lui di glioblastoma e nei nostri occhi di familiari, in quelli di mia madre, di mia sorella, in quelli di mia moglie e nei miei occhi, che avevano perso la speranza, la voglia di vivere, stanchi per notti insonni e affaticati dalle benzodiazepine.

Fino ad allora l’oncologo era per me quello scienziato che in laboratorio avrebbe scoperto la cura per il cancro. Finalmente avevo capito che curare un malato è molto di più che curare una malattia, ascoltarlo, sostenerlo, motivarlo, infondergli fiducia, speranza e, per quelli più sfortunati, accompagnarli nel momento più difficile della vita. Oggi, nei nostri ambulatori, per via delle barriere antiCovid, ma soprattutto per colpa dei sistemi informatici che la Regione Puglia ci mette a disposizione, il mio sogno consapevole tramonta.

Possibile che per ogni paziente si debba accedere a 5 sistemi prescrittivi diversi? Possibile questi prevedano ancora la necessità di immettere le credenziali e la firma elettronica, per ogni paziente, e per ogni ricetta dello stesso paziente, che dopo aver inserito manualmente credenziali e immesso i dati del paziente, sia costretto a firmare a mano. Possibile che, dopo aver inserito i dati di tossicità sul registro nazionale, per una reazione avversa, il farmacista mi convochi per trasferire i dati su un altro registro e identificare il paziente sul sistema prescrittivo interno dei farmaci antiblastici?

Viviamo nell’era della rivoluzione digitale, della semplificazione dei sistemi, della tracciabilità dei processi. Invece pazienti e familiari non hanno la possibilità di essere ascoltati ed io vedo vanificati, tutte le volte che un paziente mi riprende per non essermi dimostrato disponibile, tanti sacrifici, miei e dei miei cari.

L’oncologo infine precisa: “Vorrei chiarire che non colpevolizzo la burocrazia, spesso necessaria, ma gli uomini che non si sono mai preoccupati di applicare i principi della rivoluzione digitale per la semplificazione dei processi in sanità. E ancora vorrei chiarire che non ho nessuna voglia di mollare e tirare i remi in barca, ho solo voglia di cambiare questo assurdo sistema, se sarà necessario passando sopra chi impedisce il cambiamento”.

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