“Licenziato sei mesi dopo essere diventato sindacalista, col pretesto dell’eccessiva velocità alla guida del carrello elevatore”. Gianvito Ricci, ha 33 anni. Nel 2015 la Pulisan, azienda per la quale lavorava all’interno dello stabilimento Birra Peroni di Bari, lo licenzia. Da quel momento inizia la sua battaglia giudiziaria, non solo per se stesso, ma per la tutela delle condizioni igieniche e di sicurezza dei suoi ex colleghi.

“Sono pronto ad andare fino in fondo – tuona l’ex dipendente – per difendere il principio del lavoro sicuro e l’assurdità del mio licenziamento”. Negli atti emerge che il carrello elevatore guidato da Ricci era sprovvisto del contachilometri. Non solo. Il mezzo, inoltre, era tarato per viaggiare a una velocità massima di 15 all’ora, vale a dire appena 5 chilometri oltre quella che viene definita un’andatura a passo d’uomo. Per la stessa “colpa”, inizialmente la Pulisan aveva solo sospeso il suo dipendente, utilizzando un metro di valutazione diverso dalla richiesta avanzata da Peroni, che nello stabilimento Ricci proprio non lo voleva.

Il trasporto di quattro pedane sul muletto, con un’altezza giudicata da Peroni eccessiva e poi l’assenza dal posto di lavoro nonostante la comunicazione da parte del sindacato. Sono le altre due contestazioni che completano il trittico propedeutico al licenziamento. “In realtà – spiega il ricorrente – sono stato punito per la mia attività sindacale. Una volta avuto il mandato avevo iniziato a denunciare le scarse condizioni igieniche degli spogliatoi utilizzati dal personale esterno e la mancanza di sicurezza in numerosi luoghi di lavoro. Non ero più gradito alla Peroni, che il giorno dopo la mia nomina mi ha spostato di reparto, assegnandomi il turno della produzione, che prevedeva una presenza notturna oltre che il sabato e la domenica”.  A differenza di quanto successo fino a quel momento, con un turno di lavoro settimanale compreso dal lunedì al venerdì.

La battaglia di Ricci è di principio. “La Pulisan mi ha proposto un trasferimento a Cosenza come autista, oppure di rimanere a disposizione nella sede centrale come pulitore senza avere la formazione specifica – denuncia -. Ho scelto di non accettare non perché disdegnassi il lavoro, ma perché giudico il mio licenziamento ingiusto. Al posto di provvedere a ripristinare la regolarità, sembra che al Sud si preferisca punire chi è scomodo. Nonostante tutto invito gli operai a denunciare eventuali storture sul posto di lavoro. Sicurezza e igiene non sono barattabili”.

Nei video e nelle fotografie depositati da Ricci per la causa di lavoro intentata contro la sua ex azienda, si vedono topi e piccioni morti, schiacciati dai mezzi in transito; lavori di bonifica di un capannone dall’amianto mentre sotto gli operai lavorano senza indossare alcun dispositivo di sicurezza; corsie pedonali intralciate dalle casse di birra accatastate ovunque; piazzali allagati in caso di pioggia; altri incidenti interni allo stabilimento, causati da imperizia maggiore rispetto alle accuse mosse al sindacalista”. La questione solleva diverse riflessioni, soprattutto nell’epoca in cui di lavoro ancora si muore. E la Giustizia? Siamo alla seconda parte del primo grado di giudizio, che per il momento ha visto soccombere Ricci.

Il ricorso? C’è tempo, rinviato al 26 febbraio. Anche in questo caso restiamo a disposizione di chiunque volesse chiarimenti o fare precisazioni in merito alla vicenda denunciata dal lavoratore. “Spero che dal mio allontanamento – conclude l’ex sindacalista – Peroni abbia provveduto a migliorare la qualità delle condizioni di lavoro dei miei colleghi”.

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