Gli italiani sono un popolo strano, incostante e piagnone. Nonostante tutto, però, l’italiano medio fa poco per migliorare ciò che lo affligge, anzi, tante volte preferisce congelare lo status quo in modo da evitare di fare scelte che possano rivelarsi persino peggiori. C’è poi una cosa più grave, il disprezzo per chi riesce ad ottenere risultati di ogni tipo. La sapete la storia della volpe che non riesce ad arrivare all’uva? Si disprezza il premio non ricevuto.

Succede spesso quando qualcuno, particolarmente caparbio prova a realizzarsi, ad acciuffare con insolita determinazione il sogno di una vita, sperando in una buona dose di fortuna. Mettiamo in discussione i sacrifici e la buttiamo sempre e solo sulla raccomandazione. Sta lì perché è figlio di quello o nipote di quell’altro, oppure perché la mamma era compagna di classe dell’onorevole, del cardinale, del sindaco, del presidente.

Certo, succede, ma l’onta non può contaminare sempre tutto e tutti. Recentemente si sono chiusi i campionati europei under 21 di calcio. Il preparatore atletico di quella nazionale si chiama Vito Azzone, originario di Palo del Colle. Ha 38 anni. Un ex giovane, anche perché non ho ancora ben capito quando si diventa uomini nell’era del precariato. Un ex giovane che ha deciso il trasferimento nella Capitale per riuscire a fare qualcosa di buono. Per emergere se n’è andato anche in Algeria qualche tempo e ne ha fatta di gavetta.

Quell’uomo, perché di un uomo si tratta, è un mio amico, dai tempi in cui si giocava a calcio per strada e si discuteva se fosse gol quello fatto con la carambola sul marciapiede; quando le porte erano due blocchi di tufo, usati prima per tracciare le linee sull’asfalto. Ho provato a intervistarlo più di una volta, avrei voluto raccontare la sua storia, ma è timido, a dispetto della grinta che metteva in campo da discreto giocatore, e che mette ora che prepara Bernardeschi, Rugani, Locatelli, Berardi, Chiesa, Petagna, anche loro ragazzi riusciti ad acciuffare un sogno. Ieri  ero al bar e mi sono soffermato ad ascoltare i discorsi sulle carriere di alcuni paesani che ce l’hanno fatta.

Sono fiero di te, amico mio, perché so che non è stato facile, così come non lo è per nessuno dei tanti ragazzi che per acchiappare quel sogno lasciano tutto e giocano il loro all in. Prendo te ad esempio per dire a quanti vivono alla finestra, sperando nell’insuccesso altrui piuttoso che nella propria realizzazione, di mettersi in gioco, di credere in se stessi, perché in quel caso, quando arrivano i risultati, la soddisfazione è maggiore. Non dovessero arrivare, poi, non si avranno rimpianti. In fondo, se ci pensate, anche questo è un successo.

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