Se a 51 anni, con due figli da mantenere, decidi di farla finita perché non sai come far fronte ai debiti, seppure le reali ragioni del gesto nessuno le conosce, il tuo non può essere solo un suicidio, ma un momento di riflessione collettiva. Prima del gesto estremo eri un uomo come tanti, fino al giorno del blackout non immaginavi neppure che avresti toccato il fondo.

In questi casi il rischio è che passi tutto sotto il più fragoroso dei silenzi. In fondo, dice il nostro codice deontologico, ma lo dicono anche le forze dell’ordine quando le chiami per avere spiegazioni, hai deciso tu di farla finita, di lanciarti dal terzo piano di una palazzina al quartiere Libertà.

Il silenzio non aiuta nessuno. È necessario urlarlo il disagio dei tanti commercianti, più ingenerale dei lavoratori baresi, e quello delle loro famiglie. Domenica, intorno alle 10, l’uomo è uscito sul balcone di casa e si è lanciato nel vuoto. Non c’è stato niente da fare.

Ciò che si deve fare quando succede una tragedia simile, invece, è prestare ascolto a chi è nel disagio, perché i problemi se non li affronti non si risolvono da soli, per inerzia. Il gesto è discutibile, come quello di chiunque altro decide di ammazzarsi, ma nessuno può comprendere fino in fondo il terrore di chi non resiste al desiderio di scomparire e il dolore di quanti restano a fare i conti col senso di colpa. Interroghiamoci tutti su cosa ognuno di noi faccia per evitare l’isolamento di chi è arrivato al limite. Quando un uomo “normale” decide di farla finita non è mai solo un suicidio.

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