Per parafrasare un noto slogan potremmo dire: “Il Ministro Scajola ce l’ha insegnato,  dormire ad occhi aperti non è reato”, perché effettivamente questo è successo. Al personale in servizio continuativo del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana, la sera del 19 agosto è stato comunicato che già da un bel pezzo – quindi con decorrenza legale dal 21 luglio –  i propri effettivi erano stati collocati in congedo in forza di Legge.

Questi “individui” si sono ritrovati ad operare per quasi un mese e a loro insaputa, con una veste giuridica che non gli apparteneva più. Le conseguenze non sono di poco conto, anche perché il decreto 178 impone a chi tra loro vorrà riarruolarsi nel Corpo Militare Volontario, dove sono già transitati d’ufficio tutti i militari di Croce Rossa in congedo, di presentare una domanda. Questo, però, potrà essere fatto solo quando sarà costituito il ruolo unico ad esaurimento previsto dal medesimo provvedimento legislativo e mai fatto nascere.

Insomma, il solito teatrino di omissioni, ritardi, dimenticanze che sta creando un ingorgo assai pericoloso. Che titolo avevano gli ormai ex militari di vestire l’uniforme il 2 agosto 2016, per citare una data a caso, e con quali poteri hanno firmato carte, fogli matricolari, richiami in servizio ed ordini di missione in teatro operativo fuori area? Tanto per fare qualche esempio di un’attività considerata dai più assolutamente ininfluente ma che in realtà è di un’importanza strategica per il funzionamento della Croce Rossa Italiana e per la sicurezza di tutto il Paese.

Il comportamento di pochi, che ha generato questo mostro giuridico, avrà conseguenze, economiche e disciplinari o esiste un disegno dietro a un solo apparente caos? Nell’attesa della pubblicazione della normativa sul ruolo unico come si potrà gestire il nuovo Corpo Militare Volontario? Anche perché la comunicazione con la quale il presidente dell’Associazione della Croce Rossa Italiana impone all’Ispettore Nazionale del Corpo Militare di notificare al proprio personale dipendente la cessazione dello status, avrebbe avuto valore se il Corpo Militare avesse conservato il proprio personale. Andava datata quindi lo stesso 21 luglio.

La comunicazione del 19 agosto andava fatta su carta intestata dell’Ente Strumentale alla Cri, quello che ha la gestione piena del personale civile, ferma la sottoscrizione del medesimo soggetto, onnipresente nei due ruoli di controllore e controllato anche ai limiti ben oltrepassati dell’incompatibilità. Inoltre, che potere ha oggi l’Ispettore nazionale del Corpo su un personale che, smilitarizzato, non ha una pianta organica che ritrova lo stesso Lupini in posizione apicale?

Certo, alla velocità della luce si è provveduto a dividere in tre settori il segretariato generale capeggiato da Flavio Ronzi, che ancora sta sudando sette camicie per trovarsi una ragion d’essere, una delega piena e vasta che non sia limitata alla sola captazione del sostanzioso stipendio e che gli consenta di mettere becco in tutti i settori. Flavio Ronzi, che dovrebbe essere la mente pensante del nuovo management della nuova Croce Rossa Italiana, ha assistito immobile all’autogol segnato dal duo Rocca–De Nardis nella vicenda delle nomine delle Crocerossine.

Oggi, che poteva dare un coltissimo contributo a risolvere i problemi di legittimità che stanno sorgendo a grappoli nel settore dei Corpi Ausiliari alle Forze Armate, è impegnato a scegliere la sua costosissima squadra e a riarredare i suoi eleganti nuovi uffici di via Ramazzini. Pioveranno ricorsi e la Croce Rossa sarà impegnata sul fronte giudiziario più che su quello umanitario. Il caos che questa classe dirigente, autoreferenziale ed autoreferenziata, sta cagionando all’associazione umanitaria più importante d’Italia non è casuale. Voi, però, continuate a chiamarla privatizzazione.

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