Il sipario si è aperto su Matteo Salvatore interpretato dall’attore Mario Alemanno che ha raccontato in prima persona la storia della sua vita: dalle povere origini contadine di Apricena, al successo e alla notorietà trovate a Roma. Sul palco una scarna scenografia: poche semplici immagini proiettare sullo sfondo, un violino e un quartetto ad accompagnare le canzoni di Salvatore, che si intrecciavano con il monologo scritto dal regista Cosimo Damiano Damato con la consulenza di Raffaele Nigro.

Noti artisti ad interpretate le ballate del noto folk singer pugliese.  In primis Lucio Dalla, che ha chiuso lo spettacolo  sulle note piene di maliconica speranza di “Lu bene Mio”. Gli  H.E.R. e Famenera hanno rievocato i tempi duri della fame e degli stenti con “La pasta nera” e “La notte bella”. I Radiodervish hanno eseguito “Il lamento dei mendiocanti” e “La Cometa”, accompagnandosi con chitarra, fisarmonica e il vibrante e lamentoso suono della “sega musicale”. L’artista ebreo Nomi Ovadia ha cantato “Lu monaco cercatore”,  Erica Mou ha eseguito “Maccheroni”.

Oltre alla musica, le parole.  Con il commosso ricordo dell’incontro tra il cantante e lo scrittore Italo Calvino a Torino. “Mi invitò a pranzo. Non sapevo chi fosse  – disse Salvatore – . Mi attendeva con alcuni intellettuali milanesi. Il mio amico produttore mi consigliò di prendere il primo tremo per Torino. Eseguii alcune mie canzoni. Calvino vi riconobbe la più genuina voce dei meridionali straziati dalla fame e dalla mancaza di lavoro e disse: queste parole le dobbiamo ancora inventare”.

Epilogo del monologo: l’accenno al ritorno nella terra d’origine, il Gargano, il silenzio, il nascondimento e la morte, velatamente evocata da una telefonata senza risposta giunta dal palco di una manifestazione di pizzica. Qualcuno che troppo tardi si era ricordato di lui.

Salvatore Schirone

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