La bara, con dentro la salma dell’adorata nonna, è ancora esposta nel salotto di casa. Gli amici e parenti danno le condoglianze prima dell’ultimo saluto e dei funerali in chiesa. Figlie, generi e nipoti della donna piangono a dirotto. Per le conseguenze di un presunto errore medico l’anziana non ce l’ha fatta dopo aver tanto sofferto, ma in quel momento apprendi che per “merito” di un altro medico, quello del 118 giunto sul posto inviato dalla centrale operativa, il trapasso è stato meno doloroso.

“Non avevamo mai visto prima di quel momento quella dottoressa dall’aria rassicurante e preparata – raccontano i familiari della defunta -. Ci ha chiamati tutti in una stanza e ha prospettato l’ipotesi che nostra nonna sarebbe morta da un momento all’altro”. Dall’arrivo degli equipaggi del 118 al momento del decesso non passa molto tempo.

“A chi ama davvero una persona che sta passando a miglior vita – continua la nipote – quei minuti sembrano un’eternità. La dottoressa e il resto dell’equipaggio ci sono stati sempre accanto, confortandoci e spiegando. Il loro, traspariva da ogni gesto e parola, non era un semplice lavoro. So che potrebbe sembrare esagerato, ma il distacco è sembrato a tutti un po’ più delicato, meno drammatico di quanto effettivamente non lo sia anche adesso che provo a trovare le parole giuste per esprimere i nostri sentimenti”.

Il rapporto medico-paziente passa troppo spesso in secondo o terzo piano. Nella maggior parte dei casi siamo numeri o richieste d’aiuto senza un volto e una storia. “A volte basta davvero poco per riuscire a sentirsi compresi, anche quando purtroppo la morte è l’unica via – concludono i familiari della defunta – è per questo che volevamo ringraziare con tutto il cuore quella dottoressa e il suo equipaggio per il tatto, la sincera comprensione e più in generale per l’umanità riservata a noi e a quella che sarebbe dovuta essere solo una paziente come tante prima della fine di un turno”.

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