Umidità ovunque, topi e scarafaggi, pezzi di intonaco che si staccano da soffitto e pareti. E poi ancora prese della corrente scoperte, bidet e lavandino inutilizzabili perché l’acqua non defluisce, mobili che cadono a pezzi e soffitto che gocciola quando piove. Impossibile definire “casa” una catapecchia del genere. Eppure qui, al quartiere Libertà di Bari, ci vive una famiglia di 6 persone.

Nonostante il degrado della loro abitazione, Rosa e Giuseppe pagano puntualmente l’affitto da cinque anni: 250 euro al mese, a fronte di un assegno di invalidità di appena 290 euro, unica fonte di reddito insieme a un sussidio comunale con scadenza semestrale. Come se non bastasse quella casa non è accatastata e per questo motivo non possono nemmeno fare richiesta per l’emergenza abitativa presentando lo sfratto esecutivo. Scherzi della burocrazia.

La situazione più drammatica, però, la vivono i quattro figli della coppia, tutti minori di età compresa fra 11 e 16 anni. La più piccola dorme accanto al lettone di mamma e papà con una sedia a coprire la cassetta di derivazione con tutti i fili a vista. Il più grande è asmatico e ogni minuto passato in quella topaia peggiora la sua situazione.

“Mi sento un’assassina – dice Rosa – mi sembra di ucciderlo giorno dopo giorno. Non riesco a guardare in faccia i miei figli, loro dovrebbero avere il diritto di essere sereni. Penso che nessuno dovrebbe vivere in questa maniera”. Persino l’assistente sociale intervenuta per un sopralluogo ha dovuto ammettere di “non aver ma visto nulla di simile”.

Della questione si è interessato direttamente il vicesindaco con delega al Patrimonio Pierluigi Introna che domani incontrerà Rosa: “Credo di aver diritto a una casa popolare. Dovrebbe essere un dovere delle istituzioni non abbandonare la gente. Io non riesco più a vivere così – sottolinea Rosa – solo i miei figli mi danno la forza di andare avanti”.

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