Un’emergenza migranti che sembra non avere mai fine. L’instabilità della Libia a due passi da noi. Il rischio di attentati terroristici mai così alto. La possibile diffusione di virus come Ebola e Zika. In momento come questo, l’allarme sicurezza rende indispensabili varie competenze che, per una volta, l’Italia possiede concentrate nel Corpo Militare della Croce Rossa, all’avanguardia in Europa e nel mondo sia per la professionalità del personale in servizio, sia per i mezzi e le attrezzature specifiche in dotazione per affrontare tutte queste situazioni di emergenza. Professionalità e competenze che andranno irrimediabilmente perdute con la privatizzazione della Croce Rossa e la smilitarizzazione di tutto il personale in servizio, ossatura portante della struttura.

Tutto ha origine con il Decreto Legislativo n°178 del 2012, firmato dal Governo Monti ed eseguito dal prima Commissario poi Presidente Francesco Rocca che, a fronte di una delega ricevuta per un “riordino” della Croce Rossa Italiana, di fatto ne determina un completo stravolgimento, con la privatizzazione avvenuta a partire dal 1 gennaio 2016 e la dismissione di un considerevole patrimonio di competenze e di professionalità conseguente alla messa in mobilità della quasi totalità del personale dipendente ed alla smilitarizzazione del personale militare in servizio.

Oltre a questi danni evidentissimi, c’è da chiedersi quali siano gli scopi reali di questa privatizzazione voluta ad ogni costo ed a qualsiasi prezzo. Alla fine, chi ne trae giovamento? Non certo il personale dipendente né i volontari né tanto meno tutti i cittadini che finora hanno beneficiato del prezioso ed ultra centenario operato della Croce Rossa a tutela dei più deboli e dei sofferenti.

Fino ad oggi, il Corpo Militare della CRI si era avvalso sia della passione e della disponibilità degli oltre 17mila riservisti, sia dell’esperienza e della professionalità dei 780 militari effettivi in servizio, chiamati a gestire, organizzare e inquadrare i riservisti nelle tantissime situazioni di emergenza, nazionali e internazionali, che, in 150 anni di storia, hanno visto il Corpo Militare CRI “primo ad arrivare, ultimo ad andare via”.

A partire dalla terza guerra d’indipendenza del 1866, passando per i due conflitti mondiali e per tutte le tragedie che hanno colpito l’Italia unita, gli uomini del Corpo Militare CRI sono sempre stati in prima linea a fianco delle Forze Armate di cui sono ausiliari, e di tutti i cittadini colpiti da calamità naturali o da emergenze varie. Lunghissimo è anche l’elenco delle missioni di soccorso svolte all’estero, si va dalla Corea nel 1950/1956, fino ai giorni nostri con la Georgia nel 2008 e al terremoto di Haiti nel 2010.
Ma non dobbiamo pensare solo al passato. I militari della CRI sono stati impiegati anche nelle recentissime missioni Mare Nostrum, Triton e Resolute Support. Attualmente, gli specialisti del Corpo Militare CRI sono gli unici in grado di affiancare la Marina Militare Italiana nel complesso ed articolato processo di recupero dei cadaveri dei migranti che hanno perso la vita nei loro viaggi della speranza nel Mediterraneo.

Non a caso, la Marina Militare ha espresso forti perplessità nel caso non potesse più disporre, per tale ultima operazione, del prezioso contributo offerto dal Corpo Militare CRI col suo personale, le sue dotazioni e le sue attrezzature. In realtà, il danno maggiore che produce questa annunciata smilitarizzazione è proprio quello di far perdere un considerevole patrimonio di esperienze e di professionalità, maturate tanto nelle rischiose missioni a fianco delle Forze Armate, quanto nelle innumerevoli catastrofi che hanno colpito il nostro Paese ed anche molte altre nazioni ove gli uomini del Corpo Militare CRI sono intervenuti a portare soccorso.

Da quanto risulta, il personale militare in servizio della CRI verrebbe prima smilitarizzato, diventando civile, e poi verrebbe messo in mobilità, con preferenza verso il Ministero di Grazia e Giustizia, che presenta carenza di organico. Un po’ l’opposto di quello che sta accadendo con il Corpo Forestale dello Stato, che sta per essere sciolto e il personale assorbito dai Carabinieri dopo aver mutato il suo status da civile a militare. Un bel caos, non c’è che dire.

Eppure, proprio in questi giorni, il Corpo Militare CRI sta continuando ad assicurare il suo indispensabile contributo di assistenza sanitaria ai Reggimenti del Genio dell’Esercito impegnati nelle delicate operazioni di disinnesco degli ordigni bellici inesplosi (oltre 2200 interventi all’anno): quanto costerebbero al contribuente tali assistenze se dovessero essere affidate a società private? Cosa in realtà si nasconde dietro a questa privatizzazione ad ogni costo della Croce Rossa? Quali interessi si celano?

Ancora, bisogna anche pensare a tutte le attività di biocontenimento e decontaminazione assicurate dal Corpo Militare CRI: infatti proprio in Puglia, a Taranto per la precisione, e a Catania, in Sicilia, ci sono due avamposti installati dal Corpo Militare CRI per evitare la diffusione di epidemie come l’Ebola ed organizzare poi il trasferimento degli eventuali ammalati presso i centri medici specialistici di riferimento (Ospedale Sacco di Milano e Spallanzani di Roma). Presso i predetti avamposti di biocontenimento vengono fatti affluire i migranti soccorsi dalla Marina Militare che dovessero presentare i sintomi di malattie potenzialmente epidemiche.

Infine, non dobbiamo dimenticare le competenze del Corpo Militare CRI in ottica antiterrorismo. Tra i suoi compiti, infatti, il Corpo dispone di Unità altamente specializzate ed addestrate in grado di garantire la decontaminazione delle vittime di eventuali attacchi terroristici che facessero uso di armi biologiche oppure chimiche (ed è noto che i jihadisti hanno interesse ad entrare in possesso di tali tipi di armi).
Con la smilitarizzazione del personale in servizio del Corpo Militare CRI non ci sarebbe più la garanzia di funzionamento di tutte queste attività, e l’Italia non può permettersi di perdere queste importanti competenze. Un Corpo che funziona e costa poco è a rischio smantellamento e non si sa con cosa sostituirlo. Forse bisognerebbe riflettere seriamente prima di scrivere la parola fine ad una storia durata 150 anni. Per il bene di tutti noi.

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