I più sfortunati muoiono, magari dopo un’attesa di 11 ore prima di essere ricoverati e almeno tre o quattro ore in giro per ospedali in cerca di un posto letto, ma le odissee ai tempi del covid sono innumerevoli e quotidiane. L’ultima a noi nota è quella di un equipaggio del 118 che ieri, intorno alle 14, arriva al Pronto Soccorso dell’ospedale San Paolo su indicazione della Centrale operativa.

In ambulanza una paziente ultranovantenne che sta desaturando e nei giorni precedenti ha avuto continui rialzi febbrili. Al triage esterno fanno sapere che l’anziana deve transitare per la zona covid in considerazione del suo quadro clinico, ma al tempo stesso ai soccorritori viene detto che non ci sono posti. Succede ovunque, in ogni ospedale del Barese. Dopo un’ora di attesa, si viene a sapere che i tamponi effettuati in mattinata ai pazienti del reparto covid sarebbero stati inviati in quel frangente al laboratorio dell’ospedale Di Venere. In sostanza otto, forse dieci ore di attesa per avere il risultato e quindi eventualmente essere in grado di liberare un posto per l’anziana.

Nel frattempo la paziente resta in ambulanza, attaccata all’ossigeno in dotazione al mezzo di soccorso. Dalla Centrale, anche loro in grave difficoltà in questo periodo, fanno sapere di essere in stretto contatto con il medico di Pronto Soccorso, ma intanto passano le ore e il territorio è scoperto dell’ambulanza salvavita del 118. Dopo 4 ore e mezza, intorno alle 18.30 circa, l’equipaggio 118 ricontatta la Centrale operativa per comunicare che l’ossigeno è quasi terminato e la paziente deve essere ospedalizzata. Niente, posti letto non ce ne sono e allora l’unica alternativa è l’arrivo di un’altra ambulanza per la consegna di altro ossigeno.

I posti letto mancano, ma sembra esserci sempre questo scarica barile tra chi decide dove mandare i mezzi di soccorso e il personale dei diversi pronto soccorso, dove non mancano momenti di tensione, soprattutto quando al seguito di pazienti e soccorritori sopraggiungono parenti niente affatto disposti a comprendere la difficoltà del momento.

Un “momento” destinato a durare a lungo, almeno fino a quando non sarà completata la conversione dei nosocomi prescelti in ospedali covid, conversione decisa in Regione dalla sera alla mattina, nel pieno dell’emergenza per la prevista, annunciata, seconda ondata, dopo aver sprecato i mesi estivi a vantarsi di aver sconfitto il coronavirus, e costringendo adesso medici e ospedali a stringere i denti e tenere duro, condannati a fare da diga di contenimento contro il covid dopo gli annunci roboanti della campagna elettore in cui si millantavano posti in terapia intensiva che ancora oggi esistono solo nelle chiacchiere al vento della campagna elettorale, come dimostrano tristemente le cronache di questi giorni.

Senza portarla troppo per le lunghe, alla fine la paziente viene accettata in Pronto Soccorso (area covid) verso le 19.35, dopo essere rimasta parcheggiata, seppure con l’ossigeno, cinque ore e mezza in ambulanza. La situazione è al collasso e la tensione è palpabile, soprattutto perché in caso di tragedie immediate o successive ai ritardi, si aprono inquietanti scenari medico legali. L’appello che sentiamo di fare fino allo stremo è quello di non intasare le linee del 118.

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