Se n’è andata dopo aver lottato fino all’ultimo istante nel reparto di Rianimazione degli Ospedali Riuniti di Ancona Giovanna Mastrogiacomo, a due passi dal mare che avrebbe tanto voluto rivedere. Negli occhi della maestra d’asilo 57enne di Adelfia il terrore per una morte assurda e nel cuore, niente affatto disposto ad arrendersi, la rabbia per non essere scappata prima dal Policlinico di Bari. Questo è il tempo del dolore, subito dopo arriverà quello della giustizia. «Faremo tutto ciò che serve – spiegano i famliari – affinché possa essere chiarito una volta per tutte, quanto il tempo perso al Policlinico di Bari possa averla condannata a morte. Abbiamo già sentito alcuni esperti».

Un rimpianto inconsolabile pensando alle parole di alcuni medici e infermieri di Ancona: “Fosse arrivata prima…”. Giovanna Mastrogiacomo era stata ricoverata al quinto piano del Padiglione Chini, al Policlinico di Bari, la notte tra l’8 e il 9 maggio scorsi. Le sue condizioni sono apparse critiche dopo pochi giorni, tanto da dover essere sottoposta al trapianto del fegato. Intanto il tempo passa inesorabile, ma Giovanna fino al 27 maggio non era stata ancora sottoposta a tutti gli esami necessari per l’inserimento nella lista d’attesa.

Niente analisi soprattutto nei tre fine settimana in cui è stata ricoverata. Un situazione in caduta libera fino a una prima svolta, quando il chirurgo, nel corridoio del reparto informò i familiari che non ci sarebbe stato più niente da fare, che nessun collega avrebbe potuto sottoporre la donna a una gastroscopia, esame fondamentale per il trapianto. La rabbia per la dichiarazione del medico curante del reparto, che invitava i familiari a portare Giovanna ad Ancona, come avrebbe fatto se al suo posto ci fosse stata sua madre e la rivelazione su alcune sconcertanti dinamiche evidentemente prassi consolidata a Bari.

A quel punto la telefonta al direttore generale del Policlinico, Vitangelo Dattoli che, solo nella mattinata del 27 maggio, rifiutando il trasporto della paziente ad Ancona, obbliga i medici che fino ad allora avevano rifiutato di eseguire tutti gli altri esami propedeutici al trapianto, a fare ciò che andava fatto. Gastroscopia, emogas, colonscopia sarebbero dovuti essere eseguiti il 28 maggio alle 8.30. Giovanna non aveva più fiducia in quei medici, ha firmato le dimissioni e nel cuore della notte, con un’ambulanza privata, accompagnata da due medici e un infermiere, ha raggiunto gli Ospedali Riuniti di Ancona, dove lo stesso medico curante del Policlinico, evidentemente consapevole che i colleghi baresi avevano deciso di farla morire, aveva trovato un posto in Gastroenterologia già alcuni giorni prima. Nella registrazione è lo stesso medico a confessare che lo stesso primario sarebbe stato pronto a chiedere il trasferimento alla direzione sanitaria del Policlinico.

Ad Ancona nelle 48 ore successive, nonostante fosse sabato, Giovanna viene sottoposta a tutti gli esami e poi messa in lista d’urgenza per il trapianto di fegato, che viene effettuato dopo un ricovero di tre giorni in Rianimazione, il 4 giugno. Il risveglio, i primi miglioramenti, poi le condizioni precipitano a causa di un’infezione. Il trasferimento in reparto e l’inesorabile declino con un nuovo trasporto in rianimazione, dove Giovanna muore lentamente.

La mattina del 28 maggio, alle 7.41, mando un messaggio al direttore generale, ringraziandolo per l’interessamento, per aver fatto partire la procedura per il trapianto, dicendogli anche che ormai mancava la fiducia in quei medici che si erano sostituiti a Dio, condannando a morte la donna con un meld oscillante tra i 29 e i 30 punti. Il meld è un particolare sistema a punteggio che è stato proposto dalla Mayo Clinic (Rochester, Minnesota, USA), per valutare la sopravvivenza dei pazienti con la cirrosi ed un’insufficienza epatica terminale.

Ad Ancona, purtroppo, Giovanna viene operata con un meld a 39. I medici decidono di provare a salvarle la vita pur non avendo avuto i risultati degli esami che avrebbero accertato eventuali infezioni. Non si poteva perdere altro tempo, rispetto a quello già perso a Bari. A quel messaggio del 28 maggio, il direttore generale del Policlinico, risponde alle 7.45, riferendosi alla decisione del trasferimento ad Ancona: “È stata una scelta azzardata comprensibile. Non è la spocchia (dei medici ndr) ma la medicina ragionieristica e difensiva che fa questo”.

Mi piacerebbe sapere se quegli stessi chirurghi che hanno condannato a morte Giovanna fossero stati meno ragionieristici e difensivi, se fossero stati costretti a intervenire su un loro figlio, una moglie o una mamma. A questa domanda avete risposto attraverso un comunicato ufficiale, con i risultati di un’indagine interna fatta da chi sarebbe dovuto essere indagato. Questa volta non mi faccio garante della storia di qualcun altro, ma essendo Giovanna mia suocera, sono stato testimone oculare di come la sanità in Italia non sia uguale dappertutto. Sono ormai certo che la nostra prinicpale fortuna parte dal posto in cui nasciamo. Si compiono errori, si può morire, ma non si può decidere arbitrariamente di non fare tutto il possibile per salvare chi affida la sua vita nelle tue mani. Aveva ragione Saverio Cantacessi, trapiantato di fegato a Modena nel 2013: “Nella storia di Giovanna abbiamo perso tutti”.

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