Il decreto Balduzzi, evidentemente, poteva essere scritto in maniera più chiara. Tuttavia, volendo sintetizzare la questione: l’obbligo dei defibrillatori negli impianti sportivi slitta di sei mesi perché nessuno vuole mettere sul bancone i soldi necessari ad acquistare e gestire gli apparecchi salvavita.

Il provvedimento contenente l’obbligo per le società sportive dilettantistiche di dotarsi di defibrillatori, entrato in vigore nel luglio 2013, obbligava entro 30 mesi all’acquisto dei dispositivi salvavita e alla formazione per il loro utilizzo. Senza questo slittamento semestrale, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 18 gennaio, il termine ultimo sarebbe scaduto il 20 gennaio.

La proroga si è resa necessaria, come dicevamo, per risolvere alcune lacune. In modo particolare quelle legate al portafoglio sul quale deve gravare l’obbligo di acquistare e gestire gli apparecchi. Da più parti, nel mondo sportivo, si avanzano istanze affinché debbano essere i proprietari o i gestori delle strutture ad acquistare, installare e monitorare i defibrillatori all’interno delle aree sportive, e non le varie società che utilizzano gli spazi, in modo da garantire 24 ore al giorno la presenza di un defibrillatore nella struttura anche in momenti diversi dalle competizioni e dagli allenamenti.

Melius abundare quam deficere, dicevano i latini. E due defibrillatori in un impianto sportivo di sicuro non avrebbero fatto male a nessuno. Mentre si litiga su chi deve pagare quello obbligatorio per legge, alcune strutture ne resteranno prive. La speranza è quella che nel frattempo non si verifichino altre tragedie come quella che la scorsa settimana, a Modugno, è costata la vita a Saverio Sciacovelli.

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