“Io sono in autoisolamento, mio padre positivo è ricoverato in rianimazione, e mamma, che ha sbalzi della saturazione ai limiti della norma, con i sintomi del covid, la tosse e il respiro affannato, è a casa in isolamento, da sola”. Nella voce di Giusy c’è tutto il dramma che la Puglia sta vivendo in questi giorni, con il sistema sanitario regionale al collasso, coi nosocomi in fase di conversione a covid hospital, senza posti letto disponibili, il 118 allo stremo delle forze, decimato di operatori per lo stesso coronavirus, e le Asl in balia delle onde a tentare di riprendere il controllo sul tracciamento dei contatti, andato a farsi benedire nonostante sia stata la strada scelta dall’epidemiologo Lopalco, oggi assessore regionale alla Sanità, quale strategia per fronteggiare la pandemia.

“Quindici giorni fa – racconta – mio padre si presenta dal medico curante con bruciore alla gola, ma viene quasi cacciato, rimproverato perché gli dice che non si va in ambulatorio con questi sintomi. Tenendosi a distanza, gli punta la lucina in gola e sentenzia che sono semplici placche. Prescrive un antibiotico e lo rispedisce a casa. A stretto giro, però, si alza la febbre a mamma e papà, comprare la tosse, iniziano a lamentare dolore al petto. Mio padre ha 63 anni, è diabetico e cardiopatico, mamma ha 57 anni ed è asmatica”.

“Noi figli non possiamo andare da loro, ma cerchiamo di attivarci per far sì che ricevano aiuto. Riesco a fargli mandare la Usca che si presenta da loro e non gli fa il tampone poiché presentano i sintomi del covid, così vengono segnalati all’Asl. Da quel momento non possono più uscire, neanche per andare a fare il tampone a pagamento, perché la regola è questa: se sei segnalato all’Asl devi aspettare che ti chiamino loro. Tu non puoi farlo e non puoi uscire, se lo fai, visto che il tuo nome risulta segnalato nel sistema operativo, ti rimandano indietro e ti denunciano pure per aver violato la quarantena”.

“Passano i giorni, ma nulla – prosegue Giusy – il medico curante, telefonicamente, aggiunge il cortisone alla terapia da fare, ma nessuno può portare i medicinali a una persona in isolamento e le auto mediche sono tutte impegnate, per cui a mettersi a rischio siamo noi, i figli, che di certo non ci tiriamo indietro, pur consapevoli del pericolo. In famiglia fortunatamente abbiamo un saturimetro, per cui mamma e papà misurano da soli la saturazione, che inizia a scendere, ad essere nei limiti accettabili della norma. I giorni passano e l’Asl non si fa viva, la febbre resta, i dolori al petto aumentano e la tosse li porta ad avere notevoli difficoltà respiratorie”.

“Dopo 8 giorni di malessere, la saturazione di mio padre scende e chiamiamo l’ambulanza. Nel frattempo lui prende la tachipirina, la febbre cala e la saturazione si alza leggermente. Quando il 118 arriva a casa, lo visitano, ma dicono che poiché è sotto effetto di tachipirina – ricorda – consigliano di non andare in ospedale, dato che sono pieni e ci sono i casi più gravi. Dopo neanche 12 ore la saturazione precipita, sopraggiunge la crisi respiratoria. Arriva prima l’auto medica, poi l’ambulanza, gli operatori restano oltre un’ora al telefono per capire in che ospedale portarlo, non c’è disponibilità da nessuna parte. Alla fine si attivano per andare al Miulli, io li seguo con la mia macchina e resto nel parcheggio ad aspettare. Sono sola, è buio pesto e c’è una fitta nebbia”.

“Lì non vogliono accettarlo e gli operatori del 118 devono alzare la voce per due volte. Davanti al Pronto Soccorso c’è una lunga fila di ambulanze in attesa. Alla fine lo accettano, entra in ospedale intorno alle 19:30 dopo essere rimasto buttato in ambulanza. Al tampone risulta positivo e finisce in reanimazione. Adesso mia madre è in isolamento a casa, da sola, con i sintomi del coronavirus e la saturazione ai limiti della norma. Il tampone forse potrà farlo il giorno 10”.

“Quando l’Usca si è presentata a casa dei miei – sottolinea – hanno detto che si trattava di un colpo d’aria. Oggi papà aveva sangue nei muchi quando ha espettorato per la tosse. Mamma con gli sbalzi di saturazione rischia di svenire, di cadere a terra non appena si alza”.

“Ho un bimbo iscritto alle elementari, che adesso sono chiuse, ma mia figlia frequenta l’asilo e quindi in teoria dovrebbe andare. Da protocollo lei è contatto del contatto, per cui non deve rimanere a casa, io per coscienza la sto tenendo a casa, sia io che lei potremmo essere asintomatiche e contagiare qualcuno. Mio fratello vive da solo, non ha figli, si è assunto il rischio e si è presentato alla porta di casa. Mamma lo ha cacciato e si chiusa dentro, perché ha paura di poterlo contagiare”.

“Ci sono persone con i sintomi a casa, in isolamento, che aspettano i tamponi; se peggiorano, muoiono lì sole. Saremo anche zona arancione – conclude Giusy – ma i dati sono falsati perché i tempi per tamponi a chi ha i sintomi sono biblici. Il covid non è una influenza un po’ più forte, il covid ti fa morire soffocato se non si interviene in tempo, ti portano in ospedale solo se stai soffocando, e quelli che stanno soffocando sono tanti. Con l’Asl al collasso, in casa si può morire”.

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