Si scrive va cache a mmare, ma si può provare a leggere vai al diavolo o a quel paese. Sì, perché la traduzione di certi detti popolari baresi non è mai tout court.

Alcuni intercalari sono pieni di significati intrinsechi, che possono diventare altro rispetto al tono di voce utilizzato per rispondere all’interlocutore di turno.

All’amico che ha appena detto una corbelleria si dedica un va cache a mmare senza troppa enfasi, magari accompagnato dal movimento del braccio. Diverso il va cache a mmare scocciato, innervosito o di mancata totale condivisione, come nel caso delle ultime esternazioni del Sindaco di Milano Sala, del presidente della Regione Emilia Romagna Bonaccini o prima di loro dell’ex giornalista Feltri o dell’imprenditore Briatore, convinti di una certa supremazia del Nord Italia.

Tanto per restare nell’attualità, a cache a mmare potrebbe essere mandato il barese convinto che il problema sono i monopattini e non il loro uso o meglio ancora abuso.

C’è poi la traduzione letterale, ovvero quella di andare a defecare in mare o sugli scogli, intesa da alcuni baresi a cui manca il senso civico. E così alle spalle del Molo Sant’Antonio i gabinetti si moltiplicano, causando diversi disagi, odori molesti e panorami da incubo. In questi casi un “Sciate a cacà a mmare” ci sta tutto.

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