Il gruppo dei Cobas della Cultura e dello Spettacolo dell’area metropolitana di Bari, attraverso l’esponente e regista Mimmo Mongelli, pubblicano una lettera indirizzata all’assessore alla Cultura del Comune di Bari, Silvio Maselli. Una lunga critica sull’operato dell’amministrazione comunale in merito al regolamento per il sostegno delle attività culturali. Secondo Mongelli dalla bozza emerge un ruolo anomalo dell’artista locale, poco valorizzato e costretto a lavorare come un qualunque dipendente. Di seguiti la lettera integrale.

Ill.mo Assessore Silvio Maselli,

dalla bozza di regolamento, finalizzato al sostegno alle attività culturali da parte dell’attuale Amministrazione, emerge, di primo acchito, un sostanziale disinteresse nei confronti del grande apporto creativo che gli artisti della nostra città possono offrire, grazie alle molteplici nature che distinguono il panorama culturale barese. Costoro, in effetti, sembrano uscire mortificati dalla necessità di privilegiare, da parte dell’Amministrazione, la componente economico/burocratica della creatività, sottoforma di ragioni sociali conformate ad un aziendalismo, che mal si presta proprio al composito, frammentario, libero mondo dell’arte. In altri termini, l’intento espresso nella bozza, sembra essere quello di considerare la Cultura barese alla stregua di altri settori merceologici (Edilizia, Commercio, etc.) e non per il suo specifico portato simbolico, certo immateriale, ma dal grande peso valoriale. L’artista, in quella bozza, insomma, per vivere, sembra debba assumere la configurazione di un “dipendente” al soldo di “aziende”, non produttrici di beni culturali, ma fornitrici di servizi, che del lavoro e dell’ingegno suo si avvalgano, per affermarsi poi in un rapporto privilegiato proprio con l’amministrazione pubblica, alla quale la produzione di arte interesserebbe solo secondariamente. Non all’opera si presta l’attenzione dunque, quanto al suo sfruttamento, non all’autore quanto ai suoi sfruttatori e lì dove, come vedremo più avanti, gli artisti dovessero scegliere di organizzarsi economicamente in organismi indipendenti, la possibilità di una emancipazione economica, sostenuta dall’Amministrazione, sarebbe solo residuale, schiacciata dalla posizione di privilegio di aziende con economie ben più rilevanti.

L’arte, invece, assessore, anche se sostenuta pubblicamente, ha necessità di massima libertà espressiva e pochi vincoli burocratici, pur nel rispetto di leggi certe. Quello che viene garantito nella bozza quindi, non è il sostegno, ma il controllo e la frustrazione dell’artista. Come del resto risulta dalla macchinosa farraginosità di tutto il suo impianto, molto più restrittivo e punitivo nei confronti dell’operatore che non dell’Amministrazione. Insomma, il regolamento risulta piuttosto l’apoteosi di quella recente figura di operatori, che realizzano eventi, fugaci manifestazioni che non creano, non lasciano nulla sul territorio e finiscono per castigare proprio la creatività produttiva, che dovrebbe essere il vero obiettivo dello Stato culturale.   

La realtà degli artisti e degli operatori cittadini è, nella stragrande maggioranza, costituita di piccole realtà che si muovono con le loro molte idee e piccole risorse, per proporre alla città un continuo flusso di produzioni, che non possono essere ingabbiate e utilizzate da una forma di “caporalato aziendalista”, quale quello incoraggiato dalla “sua” bozza.

Il prestigio di cui in essa godono invece le strutture articolate, è ampio e premiante, soprattutto per quelle realtà saldamente organizzate da tempo sul territorio cittadino che, ai parametri loro imposti, potrebbero ottemperare senza difficoltà, relegando il vivace plurale tessuto creativo ad una condizione marginale e senza reali possibilità di riscatto.

Sempre in questo senso: il suo regolamento esalta in maniera evidente il rapporto di lavoro subordinato! La massima attenzione infatti, viene data alle aziende che hanno dipendenti, al rispetto del CCNL e sono loro che godranno della attenzione dell’Amministrazione, nei suoi piani! Del resto è con le loro organizzazioni datoriali e con i sindacati tradizionali, che lei ha trattato per questa bozza e il risultato è evidentemente sbilanciato a favore dei loro assistiti. Agendo così, lei ha escluso ovunque altre forme contrattuali che il Codice civile prevede, tipo il contratto di lavoro autonomo, quello parasubordinato, l’utilizzo dei voucher… Insomma, con i suoi sodali di “tavolo”, al quale peraltro ha consentito di essere presente il Teatro Pubblico Pugliese, che notoriamente non è né un sindacato né una organizzazione datoriale, bensì una fondazione sub regionale che attraverso le sue ramificazioni gode anche dei suoi interventi finanziari, lei ha decretato la prossima “morte per disattenzione” dei tanti operatori, delle tante associazioni, dei tantissimi artisti che non siano a stipendio di qualcuna delle aziende. Un vero atto discriminatorio e riteniamo anche discutibilissimo dal punto di vista giuridico, in quanto non mette sullo stesso piano lavoratore e lavoratore.

La forma di lavoro autonomo – che in quanto tale non deve rispondere a nessun Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro ma a quello privato stabilito tra il committente e il lavoratore –  è quello scelto per agilità soprattutto dalle piccole compagini artistiche e il non parlarne per niente nel regolamento, corrisponde proprio alla volontà, non troppo sottaciuta, di “liberarsi” dei più piccoli organismi, che non possono avere dipendenti, né mai potranno, né forse mai lo vorrebbero, date le caratteristiche costitutive del lavoratore della  cultura.  Insomma, sembra proprio che questo “suo” regolamento voglia legittimare e “normare” il solco, comunque già presente, tra i grossi e i medio-piccoli operatori.  

Inoltre, le convenzioni triennali, se dovesse rimanere così il testo, saranno appannaggio esclusivamente di aziende grosse, mentre alle piccole e medie imprese, verrà negata la possibilità di una programmazione triennale e verrà decretata la loro condizione di inferiorità per il futuro. Un “piccolo” non potrà mai programmare realmente, potrà solo gestire budget annuali, con la possibilità peraltro che non ottenga la necessaria continuità operativa. Come potrebbe infatti, una associazione culturale,  avere un fatturato, nei precedenti 3 anni, di 600000 euro? Come potrebbe avere un budget previsionale per i 3 anni successivi di 450000 euro e poi 1200 giornate lavorative e 150 recitative? Insomma, lei vuole dare altri soldi pubblici a chi già ne prende tanti per le stesse attività, dallo Stato, dalla Regione, etc.? Noi siamo per dare le possibilità a chi se le merita, ma non sulla base di rendite di posizione; noi siamo per un effettivo ricambio nello stagnante panorama economico cittadino; noi crediamo nelle capacità di tutti purché sia consentito loro di provarci!

In questa bozza, ci sono altri aspetti molto discutibili, per la loro opacità. Lei prevede che ci siano istituzioni, nonché privati, che possano fare iniziative sostenute dal Comune, in deroga ai termini temporali e ai massimi di contribuzione (seppur non superando il 10% del budget previsto nel capitolo)… Lei prevede che vengano altre associazioni nazionali o internazionali a proporre e a ottenere contributi sul territorio cittadino…

Allora, nel primo caso: non si capisce perché le succitate istituzioni/privati (!) non debbano presentare per tempo le loro proposte, così come tutti gli altri organismi ma, soprattutto, non si capisce perché queste potrebbero godere di deroghe su un budget che, prevedendo il 10%, per queste attività, sul totale, dal quale bisognerebbe poi sottrarre anche un 30% per le incidenze annuali delle convenzioni e che, dovendo soddisfare una pletora di richiedenti, tra professionisti e dilettanti, vedrebbe infine ridursi il proprio ammontare a pochi spiccioli per i tanti richiedenti (le associazioni iscritte attualmente all’Albo comunale sono più di 600)! Tutto ciò peraltro senza che si legga, da qualche altra parte, quale sia lo stanziamento previsto già da quest’anno!

Nel secondo caso: nessuno vuole impedire che si venga da fuori a portare buone cose sul territorio. La questione è che costoro non possono venire una tantum, prendere denaro pubblico locale, sottraendolo, magari con merito, alle realtà territoriali per poi andar via, non lasciando niente alla città se non una esperienza di per sé effimera. Chi deve venire a Bari, deve avere una propria struttura locale attiva, oppure deve avere una partnership locale, con obblighi di mantenimento delle sedi  e dell’attività, per un certo numero di anni dopo l’iniziativa, deve dimostrare di avere un interesse a restare sul territorio e non a “rapinarlo”. La libera circolazione di merci, idee, uomini etc., prevista dalla UE, deve comunque sottostare a regole precise, che non consentano ai “pirati” di compiere solo incursioni!

Poco trasparente è anche l’allargamento indiscriminato dei contributi alle formazioni dilettantistiche ed amatoriali. Da sempre questo è stato uno strumento di contribuzione a pioggia, che non ha favorito la produzione culturale, la crescita artistica, la consapevolezza estetica di una comunità, ma solo la distribuzione di denaro pubblico a favore di realtà protette ora da quel notabile, ora da quell’altro.

Le migliori compagini dilettantistiche svolgono una funzione nobile, soprattutto di tipo sociale, aggregativo e solo molto, molto raramente culturale. A loro va riconosciuto uno status, ma non può essere lo stesso di chi fa l’artista come mestiere. Ai dilettanti vanno dati servizi, strutture, facilitazioni, ma non possono avere l’accesso alla già striminzita porzione residua destinata agli operatori piccoli, medi o singoli.

Se qualcuno dei dilettanti volesse poi passare al professionismo, avrebbe la strada spianata, costituendosi in start up culturale o organizzandosi in una delle ragioni sociali ordinarie. Il dilettantismo non produce il professionismo, piuttosto tende ad appiattirlo esteticamente e solo in rari casi dà origine ad un travaso.

Il criterio a punteggio per l’ assegnazione dei contributi, apparentemente oggettivo, è un’altra nota dolente del testo. Esso attribuisce ben 20 punti alla definizione qualitativa del progetto da sostenere. 20 punti su 60 utili. Troppa discrezionalità data alla commissione! Noi siamo per la qualità, ma questa non la si difende dando  potere alla commissione giudicatrice, per quanto possa essere scelta con criteri di efficienza e trasparenza! Infatti e sia di esempio, lo stesso Ministero dei Beni e Attività Culturali, sta rinunciando a qualsiasi commissione di valutazione qualitativa per i contributi rivenienti dal FUS e sta invece procedendo a valutazioni basate su criteri molto più efficaci in quanto esclusivamente storici, quantitativi, etc. Perché non adottare questa strada davvero “oggettiva” anche al Comune di Bari?    

Avviandoci alla conclusione, in questo “suo” regolamento, tra le tante altre cose che non apprezziamo, ce ne è una che spicca più delle altre: non si parla di Consulta della Cultura. Viene invece citato ampiamente l’Osservatorio, con tanto di elenco di partecipanti, ovverosia i sindacati a lei graditi, le associazioni datoriali. Ma ai suoi lavori vi può partecipare un non ben definito “pubblico”. Dell’Osservatorio, in Puglia, già esiste un triste esempio, quello della Regione, più uno strumento di ulteriore arbitrarietà operativa nelle mani della passata amministrazione, che un mezzo per conoscere lo stato del settore.  La Consulta degli operatori, che noi vogliamo con forza, è invece uno strumento, appunto consultivo, attraverso cui tutti gli operatori esprimano periodicamente le proprie obiezioni all’indirizzo delle politiche culturali e suggeriscano i correttivi. A fronte delle centinaia di organismi iscritti all’albo del suo assessorato, delle migliaia di artisti e addetti alla cultura della città, delle centinaia di migliaia di cittadini, lei dunque, a tutti costoro, risponde, preferendo riunioni tra pochi intimi sodali?

Vogliamo finire,  senza attardarci sulle altre numerose incongruenze della bozza, con la denuncia di un vero obbrobrio, lì dove si dice  “la ripartizione comunale competente effettua le verifiche sulla documentazione presentata a campione, estraendo ogni anno in seduta pubblica i nominativi di almeno il 30% dei destinatari dei contributi e denuncia alle competenti autorità le eventuali dichiarazioni non veritiere rilevate”.  Ci faccia capire meglio: “pubblicamente” vuol dire che pubblicamente vengono nominati e controllati?  E che se qualcuno ha sbagliato e non è un truffatore, va incatenato seduta stante alla Colonna Infame e offerto al pubblico ludibrio? Non è che un certo giustizialismo retorico comincia a mietere troppe vittime?

Ecco, sembra proprio che questo regolamento sia il prodotto ora di una finta contrattazione, ora di un bisogno di controllo del settore, ma non del suo sviluppo, che non sia figlio di una visione compiuta di politica culturale e che sia completamente sbilanciato sugli interessi dell’amministrazione e delle grosse aziende. Tutto il resto, che pur viene citato nella bozza, vi appare come un disturbo, un ingombro, di cui disfarsi in qualche modo. Innanzitutto dell’arte. A tutto questo, assessore, chi firma questa lettera, non può che opporsi con grande fermezza.

Quindi e a questo proposito, noi formuleremo un nostro contro regolamento, che verrà portato  a mano dalla nostra delegazione al “tavolo” da cui finora siamo stati esclusi e alla cui partecipazione noi, in nome della democrazia, affermiamo sin d’ora il diritto di esserci. I Cobas sono una realtà nazionale presente in tutte le trattative di tutti i settori del lavoro e non sarà certo lei a potersene dimenticare. Noi al prossimo incontro ci saremo, invitati o no.  

Nel frattempo la diffidiamo dalla pubblicazione di qualsiasi bozza, che non sia concordata con tutte le parti in campo, compresi i lavoratori dello spettacolo che non si riconoscono in nessuna sigla, e le ingiungiamo di ritirare la presente. Se ciò non dovesse trovare ascolto presso di lei, allora ci rivolgeremo direttamente al Sindaco e se questo non dovesse bastare, avvieremo una raccolta di firme a margine di un manifesto con il nostro “j’accuse!”, tra tutti gli operatori culturali, gli intellettuali e gli artisti della città,  ma soprattutto tra i cittadini.

Sono questi infatti i destinatari finali di cui tener conto primariamente e che fino ad ora hanno solo assistito a vari tentativi mal riusciti di far politica culturale a Bari”.

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