– di Eugenio Lombardi, presidente del Laboratorio Urbano

L’annus horribilis della periferia nord di Bari si chiude con un ennesimo oltraggio alla Storia e all’identità locale: pochi momenti dopo aver saputo che la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici stava per apporre il vincolo di tutela alla villa Cannalo De Benedictis, nella zona di piazza Capitaneo a Palese, le ruspe dell’Impresa interessata alla edificazione di un complesso condominiale l’hanno demolita.

È un Natale amarissimo, per me che ho dedicato gran parte della mia vita a promuovere conoscenza e presa di coscienza per la nostra terra pugliese. A che serve dare l’anima per tutelare e valorizzare un territorio dall’antica e nobile storia, se in pochi istanti finisce tutto in macerie? A febbraio venne cancellata quella straordinaria scoperta del villaggio Neolitico, ora è toccato a villa Cannalo De Benedictis; e sempre con una frenesia, una corsa prima che sia “troppo tardi”e che l’impegno di uno o di pochi riesca a fermare l’ottusità della speculazione immediata. Mi chiedo dove siate voi, palesini duri e puri, che vi svegliate solo per colpire chi agendo per il bene comune mette a rischio la vostra mediocrità; oggi si sentiranno anche le vostre voci, di lamento, di ipocrita condanna, quando fino a ieri eravate solo preoccupati di non disturbare l’arbitrio e il pressapochismo di una classe politica culturalmente inesistente. Mi avete perennemente denigrato, calunniato, diffamato perché da non palesino ho provato a difendere e valorizzare il vostro luogo di nascita.
E adesso forza, mettetevi a raccontare di quando giocavate in villa. E magari raccontatelo in dialetto, così siete ancora più sicuri di suonarvela e cantarvela tra voi e voi. Vergogna, state ammazzando il futuro di questo territorio!

“Il vero problema – ha dichiarato nei giorni scorsi in un’intervista il Soprintendente Regionale ai Beni Archeologici Antonio La Rocca – è la difficoltà di vigilare ed esercitare la necessaria tutela su un patrimonio diffuso che molto spesso ricade in aree di proprietà privata. Qualcosa di incontrollabile, per certi versi, rispetto alla cui salvaguardia le istituzioni fanno certo la loro parte mentre molto davvero può la sensibilizzazione delle comunità locali perché acquisiscano la consapevolezza di come sia indispensabile preservare queste testimonianze del passato”.

C’è da rimanere allibiti a leggere quanto da lui dichiarato, nello specifico a proposito della sparizione nel Salento di parti di menhir, le testimonianze lapidee di epoca del Bronzo disseminate un po’ ovunque. E c’è da chiedersi se egli sappia di essere soprintendente regionale o si ritenga investito d’attenzione solo per la Puglia del sud. Perché quell’attenzione, per il resto della Puglia, non solo non l’ha dimostrata, ma quella consapevolezza che egli richiama delle comunità locali perché si sensibilizzino alla preservazione delle testimonianze del passato, egli l’ha pesantemente combattuta!

E mi riferisco, ovviamente, doverosamente e opportunamente, a quanto accaduto a Palese per quelle straordinarie scoperte del villaggio neolitico nell’area tra il lungomare Tenente Noviello e via Vittorio Veneto. Scoperte che avevano suscitato attenzione ed entusiasmo da parte di studiosi di fama internazionale per la loro rarità e per l’integrità di una parte di area abitata 8.000 anni fa, con pavimentazioni, resti di fornaci, tombe dai preziosi contenuti votivi, resti di capanne. A quell’entusiasmo si era affiancato l’impegno alla tutela e potenzialmente straordinaria valorizzazione del sito da parte dell’Associazione Ecomuseale del nord Barese, allarmata perché su quell’area pendeva la richiesta di edificazione di un complesso di dieci villini. Con un massacrante lavoro di sensibilizzazione e conoscenza (proprio come invocato dal soprintendente!), che mi ha visto per oltre un anno in prima linea quale responsabile dell’Associazione, la cittadinanza palesina aveva finalmente cominciato a prendere coscienza dei valori territoriali a propria disposizione e ad invocarne la tutela. Vista l’indisponibilità ad un confronto, si era giunti ad inviare un appello, sostenuto dalla raccolta di oltre 500 firme, al Presidente della Repubblica. Non è servito a nulla, anzi: lo scorso febbraio, subito dopo la richiesta di vincolo diretto sull’intera area e senza dare riscontro, la Soprintendenza ruppe gli indugi e rilasciò all’Impresa interessata il nulla osta al completamento delle procedure di ottenimento della concessione a costruire. La velocità con cui l’Impresa si affrettò ad inviare le ruspe per la cancellazione sotto il “livellamento” del terreno agricolo del villaggio neolitico fu strabiliante, tanto da spingere l’associazione, raccogliendo il sostegno di 385 cittadini,  a trasmettere una circostanziata denuncia alla Procura della Repubblica e, più recentemente, ad opporsi alla richiesta della stessa Procura di chiudere le indagini con un non luogo a procedere. Tempi e modi molto sospetti, almeno quanto la posizione dei proprietari del suolo,  l’uno magistrato e l’altra funzionaria della stessa Soprintendenza Archeologica regionale, che hanno comprensibilmente dato la sensazione di arbitrio e parzialità di interpretazione degli obblighi e dei diritti. Certamente calpestati quelli della cittadinanza attiva, pur tutelata dall’art.118 del Titolo V della Costituzione nei rapporti con le Istituzioni; e calpestato il mio impegno e la mia determinazione, quale destinatario da parte del soprintendente di una irridente lettera in cui egli affermava che, tutto sommato, si stava facendo troppo fumo intorno a “solo quattro pietre una accanto all’altra” e al “diritto di proprietari che tanto avevano investito a veder riconoscere i propri interessi economici!” Elemento incredibile è che, dopo tanta pubblica azione, i proprietari hanno più volte di recente dichiarato, quando ormai è troppo tardi,  la propria disponibilità ad un confronto per la ricerca di soluzioni alternative (esattamente quanto si era inutilmente fin da subito chiesto), mentre quei ritrovamenti oggi non esistono più o sono stati in parte trasferiti altrove, dove non è dato sapere.

Come mai, allora, tanto allarme e interesse per i menhir del Salento che vanno scomparendo e nessuno per la plurimillenaria storia della Puglia centrale? Colpendo non solo il diritto-dovere delle popolazioni a veder tutelata e valorizzata (con ben giustificate prospettive culturali, didattiche e turistiche) la propria identità storica locale, ma pesantemente colpendo chi ha promosso proprio quella sensibilizzazione delle comunità locali tanto invocata dal soprintendente come strumento indispensabile ad acquisire consapevolezza di quanto a disposizione quale risorsa per un futuro possibile e sostenibile?

Sarebbe interessante ricevere risposta da parte del Soprintendente, così come sarebbe corretto che a me, pubblicamente linciato e ritenuto dagli stessi funzionari della Soprintendenza un nemico pubblico da abbattere, giungessero le scuse, vere e profonde, per quanto mi è stato fatto. Ma intanto, pur nell’estrema amarezza che alla vigilia di Natale dovrebbe lasciar posto a serenità e buoni auspici, va comunque all’arch. Emilia Pellegrino, che quale funzionaria della Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici si era impegnata per l’apposizione del vincolo di tutela su villa Cannalo De Benedictis, il mio sincero grazie. Con l’invito, per favore, a rivedere la sua posizione sul Portico di Papapiccolo (il palmento settecentesco a poche decine di metri da dove fino a ieri esisteva villa Cannalo De Benedictis) e sulla villa settecentesca nell’area neolitica: non hanno pregi architettonici, ma sono elementi di antica storia e profondo senso identitario, che potrebbero aiutarci a costruire un futuro possibile. Proprio quanto invocato dal soprintendente regionale La Rocca.

A voi tutti, personalmente e intellettualmente onesti, l’augurio di maggiore serenità per il Natale che verrà.

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