Nelle tre puntate precedenti (1), (2), (3), abbiamo messo in evidenza come quello contro i due medici in catene sia un complotto. Nient’altro che un complotto, ordito da chi ha visto traballare il proprio comando.  Dal dottor Antonio Dibello, a stomaco pieno differentemente da Francesco Papappicco e Francesca Mangiatordi, giunti ormai all’undicesimo giorno di sciopero della fame, ci saremmo aspettati una maggiore lucidità. La voglia di togliersi dai piedi i due professionisti è così forte, che il coordinatore del 118 barese e direttore del pronto soccorso dell’ospedale della Murgia proprio non riesce a evitare di compiere leggerezze e forzature procedurali.

L’ultima è ai danni della dottoressa Mangiatordi. Senza sapere se la professionista stia effettivamente a digiuno oppure beva di nascosto frullati di pasta al forno e parmigiane, il 5 novembre Dibello mette in ferie forzate la sua sottoposta. Non una visita medica, un controllo, un’analisi clinica. Ferie forzate perché “Ella (la Mangiatordi ndr.) si rifiuta di autocertificare che è in condizioni psico-fisiche idonee a garantire ils ervizio”. Alla luce della mancata autocertificazione della dottoressa, a Dibello “corre l’obbligo, a tutela della sua salute (sempre della Mangiatordi ndr.) e di quella dei pazienti, esonerarla dal servizio ordinario collocandola in ferie di ufficio”.

Il premuroso direttore, però, ha corso come al solito un po’ troppo. A farglielo notare è la stessa dottoressa in una lettera protocollata il giorno seguente (6 novembre). La Mangiatordi, in estrema sintesi, dice di aver timbrato il cartellino, implicitamente dichiarando di essere idonea al servizio pur senza beveroni di pasta al forno e parmigiane. Tra l’altro, quando riceve la lettera di sospensione, la dottoressa è già in turno da un’ora e ha già abilmente trattato alcuni pazienti. Prendendo atto della disposizione, però, il medico si rimette al volere del suo capo e accetta di doversene stare forzatamente a casa.

Solo il 6 novembre succede quello che sarebbe dovuto succedere il giorno prima. Francesca Mangiatordi viene visitata da un medico che ne certifica l’abilità lavorativa. A quel punto il premuroso e più che autotutelato Dibello, le cui dimissioni sono evidentemente rientrate come nella migliore tradizione della Asl di Bari, è costretto al dietrofront. Il 7 novembre, infatti, scrive ancora alla dottoressa e precisa che a seguito del parere del medico competente, il dottor Mauro Carino, le ferie d’ufficio sono revocate e la dottoressa può rientrare in servizio. Altro materiale che, a detta dello stesso Dibello, andremo ad esaminare in Tribunale, portando ciascuno il proprio “blocchetto” di appunti, carte e materiali vari.

In tutto questo trambusto, poi, il direttore sanitario dell’ospedale della Murgia, a conoscenza della situazione attraverso lo scambio di lettere, è stato preso a chiedere al giornale la rettifica di un pezzo pubblicato tre settimane prima. Peccato che lo stesso direttore del pronto soccorso non abbia dimostrato la stessa premura e responsabilità quando si è trattato di rispondere alla dottoressa Mangiatordi, in tutta questa storia colpevole di aver fatto notare a mezzo stampa – dopo le mancate risposte attraverso i canali convenzionali – l’inadeguatezza del triage e della sala rossa, la stessa dove Domi Martimucci fu costretto a subire clamorosi ritardi nelle cure.

In quella circostanza, Dibello rispose alla dottoressa, dicendole che la sua era “un’idea semplicistica e quasi romantica della gestione del paziente in pronto soccorso”. La storia è venuta a galla in tutta la sua assurdità. Siamo convinti – come chiunque altro abbia approfondito la vicenda – che sarebbe stato più responsabile far continuare a lavorare tutti nelle migliori condizioni, piuttosto che “censurare” chi la ha inchiodato ognuna delle persone coinvolte alle proprie responsabilità.

Spriamo sia un Tribunale a dover stabilire se quel grido di allarme della dottoressa era relativo a rischi concreti o solo legato a un modo romantico di svolgere la professione medica. Dottor Dibello, potrà continuare a sfuggire al nostro microfono, ma probabilmente ci sarà qualcuno più autorevole di noi al quale quelle risposte sarà costretto a darle. Siamo certi che se lo sciopero della fame possa in qualche modo mettere a repentaglio l’adeguata assistenza ai pazienti, i due medici in catene saranno i primi a farglielo presente. Non servono pressioni, perché hanno lo stomaco vuoto, non il cuore o il cervello.

 

 

 

 

 

 

 

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