Fino al ‘600, spesso le monete che avevano valenza internazionale venivano imitate da altri stati e città che sfruttavano così la notorietà della moneta. Nel mondo antico, la produzione monetale dei Celti che ha preceduto la conquista romana è quasi completamente un’imitazione, in particolare i nominali in argento a nome di Filippo II, re di Macedonia, e dei re di Peonia, Patrio e Audoleonte. Nel Medioevo, le monete più imitate furono i fiorini di Firenze, soprattutto in Spagna, Francia, Paesi bassi, Lussemburgo, Boemia e i ducati di Venezia , in Turchia, Slovenia, Bulgaria, India.

In Italia, un famoso esempio di imitazione risale al 1180 quando grazie ad accordi tra le città, il bolognino prodotto a Bologna fu coniato anche dalle zecche di Ferrara, Modena e Reggio con lo scopo di allargare sempre di più l’area di influenza ed ampliare il prestigio della città.

Dall’imitazione alla falsificazione il passo è breve. «Anche se l’evoluzione tecnologica – ha sottolineato Catalli – ha permesso di realizzare banconote con un numero maggiore di colori, con la filigrana interna, con gli ologrammi, la realtà è che anche il mondo della falsificazione si evolve e si attrezza».

La soluzione? Utilizzare le carte di credito, piuttosto che i contanti. Prestando però attenzione all’estratto conto: i metodi di clonazione viaggiano alla stessa velocità degli strumenti di contrasto. Pannelli finti appoggiati sui bancomat, Pos con microchip, sono alcuni esempi della creatività dei falsari.

«L’unico modo per diffondere la cultura della moneta elettronica è aumentare i controlli per evitare che accadano questi episodi e inasprire le pene», ha concluso Catalli.

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