I volontari di altre associazioni che hanno visto la ricevuta allegata all’articolo: 250 euro chiesti a una donna trasportata con l’ossigeno dal pronto soccorso dell’ospedale barese Di Venere a Mola, parlano di una “rapina”. La metafora è forte, ma il fenomeno delle “donazioni obbligatorie” per trasporti in ambulanza anche di soli pochi chilometri è più diffuso di quanto si possa credere.

Il trasporto in questione – se la fattura non mente – risale allo scorso 18 dicembre. La donna deve chiamare altri volontari perché l’ambulanza dell’associazione che solitamente l’accompagna è impegnata. Al momento di dover pagare il conto lo shock è stato notevole.

Si dice donazione volontaria, ma di fatto si tratta di tariffe vere e proprie, che tengono in considerazione la distanza chilometrica; la presenza di ascensori o meno nello stabile, nel nel caso delle sole scale con supplemento per ogni piano anche di 25 euro;  la necessità di servizi supplementari come l’ossigeno; persino il peso del paziente, ora e il giorno. Nel caso di notturni e festivi le tariffe posso raddoppiare. Evidentemente da giugno del 2013 non è cambiato niente.

La signora ha dovuto sborsare 250 euro a fronte dei 70 solitamente pattuiti con la sua associazione di riferimento. In fattura, seppure senza alcun segno distintivo di chi l’ha emessa – non c’ neppure la partita iva o una ragione sociale – due voci distinte rendono la questione ancora più vergognosa: 150 euro per il trasporto e 100 euro per l’ossigeno.

Nel “documento fiscale” viene scritto che si tratta di una paziente bariatrica, ma in realtà la signora peserebbe all’incirca un’ottantina di chili. La richiesta di denaro camuffata dalla donazione, intollerabile come i 150 euro “donati” per essere trasportati in ambulanza dalla clinica Mater Dei al Policlinico di Bari (poco più di 3 chilometri), è il caso limite di una prassi purtroppo consolidata.

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