Francesco Cafagno non si sente Babbo Natale ma di lui ha l’anima e lo sguardo buono, di quelli che hanno visto quei momenti difficili che lasciano cicatrici, non solo fisiche, eppure hanno ancora voglia di voler bene al mondo e soprattutto, hanno molta fede in Dio. Francesco non è Babbo Natale ma si veste come lui ogni mattina del 25 Dicembre, quando porta ai bambini del Policlinico e dell’Ospedaletto i giocattoli che raccoglie nella sua ferramenta in viale Salandra. Lo fa ormai da 16 anni e la sua richiesta è chiara: non vuole soldi, e per ovvi motivi neanche giocattoli usati, perché sa che basta anche un pupazzo da pochi euro regalato di cuore a far sorridere un bambino. E lui, in 16 anni, di bambini ne ha fatti felici veramente tanti anche se ha incontrato qualche perplessità perché nella società moderna, la generosità è travisata spesso e volentieri.

“Ti piace l’atmosfera del Natale? ” mi chiede nella stanza dove sono esposti i presepi che realizza artigianalmente, e non posso fare a meno di pensare che Francesco si chiamava anche chi nel 1223 a Greccio, in provincia di Rieti, realizzò il primo della storia. In questi giorni la critica sull’opportunità del presepe è viva perché un prete ha consigliato di non farlo in segno di protesta mentre io, personalmente, ci sono legato perché i miei genitori si sposarono proprio in quella grotta del reatino. Ma Francesco, non San Francesco d’Assisi, nel presepe ci passa tempo mentre aspetta le tante persone che negli anni non hanno mai fatto mancare i giocattoli nuovi.

“Si mi piace l’atmosfera del Natale perché è un modo per tenere insieme la famiglia” gli dico mentre mia figlia Zoe di 16 mesi è rapita dal grande Babbo Natale gonfiabile che esce dal camino. Sorride, continua a lavorare ma prima regala a Zoe un pupazzo luminoso per l’albero di Natale; lei prima è diffidente, poi un sorriso luminoso sancisce la fiducia in quest’omone e sicuramente è lo stesso sorriso che molti pazienti gli rivolgono quando distribuisce regali. A suo dire non è proprio una passeggiata perché caricare e scaricare i pacchetti, salire ai piani, affrontare la diffidenza delle persone, non è facile. Ma a lui non importa perché il suo scopo è quello di far felice i bambini e quelle poche ore valgono tutta la fatica del mondo.

Il motivo per cui lo fa è una confidenza privata, l’etica giornalistica mi vieta di rivelarla anche se lo meriterebbe, ma ascoltarla mette una strana sensazione addosso. Mentre parliamo Zoe da i baci al pupazzetto luminoso che gli è stato regalato e Francesco è contento perché ha vestito l’abito di Babbo Natale prima del tempo. Ora la sua generosità aspetta l’appoggio di chi vorrà portare un gioco nella sua ferramenta in viale Salandra 44, non soldi o giocattoli usati, ma un piccolo gesto di altruismo. Siamo genitori, abbiamo conquistato uno status che dobbiamo mantenere ed uno dei primi doveri è quello di rendere felici i figli. Non importa se siano i nostri o quelli di altri che magari sono in difficoltà: la felicità, a Natale, è un diritto per tutti.

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