La morte di Antonella aveva lasciato tutti sgomenti, soprattutto per le modalità con cui era avvenuta. Era il 28 novembre dell’anno scorso. Una ragazza sensibile, intelligente e determinata che, forse per orgoglio non aveva mai chiesto aiuto a nessuno. Non si era rivolta neppure a chi tanto amava, decidendo di lasciarsi andare dal terrazzo di un palazzo in via Ciasca, a Poggiofranco.

La notizia ci aveva molto colpito, soprattutto per la reazione del padre, determinato a costruire qualcosa in grado di aiutare altri ragazzi, oltre che educatori e genitori, a non aver paura di affrontare la depressione, a detta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità dall’anno prossimo il primo male con cui fare i conti.

A distanza di cinque mesi Domenico, Angela e Paolo, in una lettera pubblicata su Facebook riflettono su quanto accaduto, ma soprattutto chiedono a loro volta aiuto per portare avanti un progetto che, per quanto ci riguarda, sosterremo in qualsiasi modo.

LA LETTERA

In questi cinque mesi alcune, poche, cose credo di averle capite. Ho capito che Anto ha combattuto per molto tempo contro il suo malessere. Questa è una considerazione che mi ha, ci ha distrutti. Perché un conto è sapere di non aver capito la tua bambina per un mese, un’altra per un anno.

Si è aggrappata strenuamente a tutto quel che poteva tenerla in vita, fino a cedere. Lei era fermamente determinata a portare avanti questa lotta da sola. Perché? Non ho una risposta univoca e certa. Non sapeva esprimere neanche a sé stessa il suo malessere, ci ha provato ma senza successo, quindi posso pensare che non sapesse trovare le parole per dirmelo. Avrebbe potuto almeno provarci? Senza dubbio. Li forse è intervenuto l’orgoglio, la sua determinazione sempre presente a risolvere tutto da sola; la vergogna di sentirsi, a torto o a ragione, diversa dagli altri, strana; il pudore di parlare di queste cose con i propri genitori o in genere con adulti; la convinzione di essere portatrice di una condizione incomprensibile a chiunque, anche alle sue amiche.

Ho capito che un ruolo l’ha giocato il suo assoluto bisogno di amore. Un amore direi quasi romantico, per lei le persone che le volevano bene avrebbero dovuto capirla anche senza le parole, a dispetto di ogni evidenza, ed accettarla così com’era, senza nessuna condizione, e senza mettere davanti a lei i compiti o altri impegni, niente. E non trovare questo tipo di amore l’ha abbattuta tanto. Non ha avuto pazienza.

Ho capito che non saprò mai quanta parte di quel che ha scritto sul sentirsi presa di mira ed isolata fosse un suo vissuto in prima persona, e quanta un esercizio di scrittura su un tema a lei molto molto caro, la lotta contro i pregiudizi.

Ho anche capito che è stata molto sfortunata. Ha chiesto aiuto quel giorno a tre amiche, due non hanno potuto leggere i messaggi, una sola ha risposto e non ha capito niente, almeno spero sia stato così. E’ stata l’unica che, forse, avrebbe potuto salvarla. E poi le persone che l’hanno vista in quel palazzo, invece di uscire a parlarle, hanno chiamato la polizia. Lei si sarebbe comportata molto diversamente.

Detto questo, cosa possiamo fare per evitare che si ripeta un disastro simile? Noi abbiamo pensato per ora a due linee di intervento possibili.

La prima è quella di trasmettere il messaggio che essere depressi, senza speranza, demotivati e sfiduciati è una condizione che può essere attraversata da molti, della quale non bisogna vergognarsi di parlare. Crediamo sia necessario demistificarla: non è un mostro imbattibile, non si è i soli a soffrirne. Come tante altre condizioni può essere superata, e l’aiuto di qualcuno può essere determinante. Se Anto ne avesse parlato anche solo una volta, a noi o alle sue amiche, se si fosse sentita meno strana e difettosa, forse sarebbe ancora qui con noi.

La seconda è cercare di fornire ai professori e ai ragazzi, in questa fascia di età in particolare, più informazioni su questo stato emotivo, più strumenti per poterlo riconoscere e non sottovalutare, anche a soli 13 anni.

Per perseguire la prima linea di intervento abbiamo pensato ad un premio, dalle modalità da definire, che sia rivolto ai ragazzi dell’età di Anto più o meno. Il premio sarebbe centrato appunto sulla lotta ai pregiudizi, e sulla accettazione del “diverso”, e darebbe l’opportunità a noi di parlare della storia di Antonella e di ricordarla, e ai ragazzi di esprimersi e di riflettere su questo argomento cruciale.

Per la seconda linea abbiamo le idee se possibile ancora meno chiare. Ci piacerebbe finanziare dei corsi per docenti, o dei momenti di sensibilizzazione per tutti, ma passando attraverso i canali “ufficiali” della scuola. Non sappiamo quanto sia possibile né in che modo esattamente. Ci stiamo informando in queste settimane.

Sicuramente però queste non sono cose che possiamo fare da soli, per cui stiamo muovendoci per creare una associazione di volontariato onlus, “Anto Paninabella”, che ricordi Antonella e funzioni da raccoglitore di idee e di fondi e di progetti.

Abbiamo già il numero necessario di soci fondatori, che hanno risposto con entusiasmo alla nostra richiesta e che non ringrazieremo mai abbastanza, altri volontari o sostenitori si potranno aggiungere in seguito.

Quel che vorremmo chiedere adesso sono idee, contatti utili o esperienze, sulla base di quanto abbiamo raccontato finora.

Vi preghiamo di diffondere questa nota il più possibile, anche condividendola; possibilmente mandateci messaggi personali per risponderci.

Grazie a tutti.

Domenico, Angela e Paolo

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