Tre mesi, sono passati tre mesi da quando hai deciso di lasciare tutti a bocca aperta. Te ne sei andato nel modo più clamoroso. In tanti si stanno ancora chiedendo perché abbia scelto quel finale per la tua vita. Caro Stefano, penso ai tuoi genitori, a tuo fratello Luca, a tuo figlio e alle tante persone che ancora ti sentono giocare nel cortile del tuo palazzo, a Bari, in via Concilio Vaticano II.

Non sono venuto al tuo funerale, ma tanto ce lo siamo detti quella volta a casa mia cos’era importante per noi. Sai bene che non mi va di incrociare sguardi di circostanza, di recitare un copione. Oggi, però, mentre tanti sono distratti dalle vacanze, voglio fermarmi un attimo a pensarti.

Non cerco di darmi una spiegazione, quella più intima la sapete solo tu e il buon Dio. Insieme a tuo fratello ci siamo messi in testa di ricordarti nel modo più sincero, lontano dai riflettori, dalla messa in onda e dalle frasi fatte. Abbiamo scelto di far parlare la signora Gina, che ti preparava pane, olio e sale perché se andavi a casa a fare merenda tua madre ti impediva di tornare a giocare.

E poi il barbiere, l’amico d’infanzia. Insomma, la gente che ti ha conosciuto e ti ha visto crescere, diventare “qualcuno” restando un amico, un fratello, un figlio, anche quando qualcosa è cambiato per sempre. Lascio da parte quel pezzo, di sucuro il più doloroso del tuo breve cammino. Ciao Sté, peccato te ne sia andato così, senza quella chiacchiera che c’eravamo ripromessi alla prima occasione.

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