Alessandro Mazzetti ci accoglie a casa, con la speranza che dopo di noi possa andare a fargli visita anche il sindaco di Bari, Antonio Decaro. Barba curata e fazzolettino nella giacca. A vederlo sembra un giovane qualunque, in realtà il suo livello di disperazione è arrivato al limite.

“In uno dei momenti di debolezza ho pure pensato di farla finita – racconta – ma poi mi sono reso conto che non ho alcuna colpa, non ho nulla di cui vergognarmi e per queso ho deciso di metterci faccia e dignità”. Dovesse andarci davvero Decaro a casa di Alessandro, dove vivono anche la mamma e altri tre fratelli, compresa una sorella di 17 anni, il sindaco dovrebbe condividere i pasti che il giovane va a procurarsi in un centro diurno.

Nel 2014 Alessandro lavorava, prima a 500 euro al mese, poi lo stipendio full time a 1.200 euro. Con quei soldi sosteneva la famiglia e pagava l’affitto. Dopo un anno tutti a casa, senza neppure l’ultimo stipendio e la liquidazione. Nell’anno della disoccupazione, con lo stipendio al 75 per cento, ha continuato a pagare l’affitto. Finito quel sussidio è iniziato l’incubo. Niente soldi per l’affitto, lo sfratto e la tensione coi padroni di casa, sfociata anche con l’intervento dei Carabinieri.

Niente acqua calda, continui abbassamenti di tensione sulla rete elettrica per via delle bollette non pagate e i debiti che si accumulano giorno dopo giorno. Ad Alessandro, un informatico, non basta mandare decine e decine di curriculum. La risposta è sempre la stessa: “Le faremo sapere”. Così come sempre la stessa è la risposta alla domanda di una casa in emergenza abitativa che si sente dare dalle istituzioni: “Ci dispiace, non possiamo fare niente”.

Ogni giorno ormai è quello giusto per ritrovarsi dietro la porta l’ufficiale giudiziario e a quel punto ci sarebbe poco da fare. Da quella casa Alessandro e la sua famiglia scapperebbero immediatamente. Ci sono già i cartoni pronti, ma l’lternativa sarebbe la strada o la macchina parcheggiata sotto casa, senza bollo, assicurazione e revisione, che ormai non si mtte neppure in moto. Alessandro si è rivolto a chiunque, ma dal Comune dicono di andare all’assessorato e poi ai servizi sociali, di qui al suo Municipio. Una palla da ping pong, questo è diventato il trentenne.

Tornando a lavorare Alessandro potrebbe riprendere a badare alla sua famiglia. Intanto la notte non si dorme, i pensieri sono troppi: la casa, la sopravvivenza, il lavoro. Il vero problema è che chi è nelle sue condizioni disperate non ha neppure il tempo, oltre che la forza, di sentirsi rispondere: “Ci vediamo martedì, no venga giovedì”; “Dobbiamo parlarne con il dirigente”. Le necessità sono impellenti, cos’altro dovrebbe succedere?

Sì, Alessandro è un “poveraccio”, seppure dal suo look non sembrerebbe. Non ha niente, fatta eccezione per il suo saper fare e una grande dignità. “Non ho mai fatto niente di male – dice ancora nell’intervista – ma sei portato a sentirti in colpa, anche per il fatto che nessuno tra chi avrebbe il dovere di badare alla gente nelle nostre condizioni, fa abbastanza per fronteggiare la diffusa emergenza”.

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