Nella biografia del gruppo si legge: i The Fleaks si cimentano in un approccio “bio” alla ricerca di nuove sfumature del repertorio pop, rock, calypso, reggae e funk. Che significa approccio bio…
“Un approccio semplice, ritornare alle radici, quando la musica si faceva senza l’ausilio di elettronica o altri orpelli. Si cercava di scrivere belle canzoni e si suonavano con gli strumenti che c’erano, le chitarre, il basso e la batteria…un pianoforte…noi abbiamo cercato di lavorare su pezzi, anche complessi come arrangiamenti, e di portare tutto verso il nostro approccio. Se una canzone ha un bel giro armonico, è già un pezzo forte, che può reggere anche se cantata chitarra e voce, per rendere tutto ancora più minimal noi usiamo l’ukulele. Il nostro approccio è questo, cercare di scrivere belle canzoni pensando alla canzone e non all’arrangiamento, che per quanto possa vestire una canzone, rimane sempre un vestito, una bella canzone lo è tale anche se nuda”.

Quindi è questo il gioco dei Fleaks, ridurre tutto all’essenziale ?

“Sì sostanzialmente sì, c’è molto gioco da parte nostra, portiamo i pezzi anche su altri piani armonici…siamo un ensemble di tre voci…poi la sfida è anche quella, ridurre tutto al minimo, non abbiamo una lineup complessa, e quando ti rendi conto che le cose funzionano lo stesso, allora vedi che stai andando nella direzione giusta, perché riesci a trasmettere ciò che vuoi in maniera molto più mirata…”

…questo esclude ogni possibilità di strumenti elettrici quindi? Una chitarra magari come guest…
“In realtà no, non escludiamo niente, perché stiamo ancora lavorando sulla costruzione del nostro sound, il gruppo è nato da poco e come sai c’è bisogno di suonare molto insieme per consolidare il tutto. Quando hai raggiunto ciò che desideri, allora puoi pensare di inserire qualcosa, ma che sia appunto una guest, non vogliamo virare verso l’arrangiamentismo esasperato, figlio dei tempi in cui viviamo, noi vorremmo cercare di essere meno pomposi e più diretti”.

Nel passato dei Fleaks ci sono gruppi come Al Darawish e Folkabbestia, com’è ricominciare spogliandosi di tutto?
“È bellissimo, è una delle cose che ci piace di più. La sfida è anche questa, ricominciare tutto daccapo dopo aver fatto gradi concerti, un sacco di dischi, aver suonato ovunque. Riprendi un rapporto diretto col pubblico, puoi permetterti di giocare, ti rimetti in discussione…non mi piace essere troppo sicuro di me quando sto sul palco, devo essere sempre un po’ in tensione, ti permette di avere sempre i sensi all’erta, attento a ciò che succede intorno, è molto stimolante”.

Parlando tempo fa mi dicesti: non vogliamo uscire con un disco, ma pezzo per pezzo un singolo alla volta. Una provocazione: timore, o strategia discografica alternativa?
“Guarda né l’uno né l’altro in realtà. Il bello dei Fleaks è che per funzionare deve rimanere un gruppo assolutamente libero, deve fare le cose se ne sente la necessità e non perché deve farle. Se vogliamo fare un singolo lo facciamo, se vogliamo fare un disco lo facciamo, se abbiamo qualcosa da dire…nello spirito dei tempi, si rischia di ingolfare il mercato, o di sparare una cartuccia che si perde nel mare delle cose che escono quotidianamente. La nostra strategia, che poi non c’è proprio niente di strategico, è stato registrare un singolo e condividerlo in rete, non è nemmeno in vendita. Dietro non c’è nessun complotto discografico, solo la voglia di fare musica”.

Parlami un po’ del singolo, io ci sento alcune cose dei Beach Boys…
“Probabilmente puoi sentirci anche altro, il nostro intento non è quello di fare la roba wow come sono originali questi, vogliamo semplicemente suonare quello che abbiamo in testa. Sembra una canzone allegra e spensierata, in realtà è un pezzo di invettiva, rappresenta tutto ciò che non vorresti mai sentirti dire dalla persona a cui vuoi bene. È un po’ il nostro biglietto da visita perché racchiude quell’approccio biologico di cui si parlava prima, ci sono la batteria, il basso e l’ukulele con dei cori, ci siamo diverti molto a scriverla e registrarla”.

Essere musicista oggi significa: scrivere, comporre, suonare, cantare, arrangiare, registrare, produrre, mixare, girare un video, caricare sulla rete, promuovere…
“…Gianlù mi sta venendo il mal di testa…”

…cercare le date, tenere i concerti, postare sui blog e compilare i moduli delle tasse, tutto questo solo per fare un po’ di sesso…
“Gente più blasonata di me ha detto che se vuoi imparare a suonare per rimorchiare, in genere finisci da solo a cantare davanti al fuoco il tuo triste blues mentre gli altri pomiciano. È vero, essere musicista oggi vuol dire fare tutte queste cose, e secondo me è quello che un po’ ha ucciso il senso del fare musica. Con i Fleaks ci siamo imposti di lasciare fuori tutto questo, non vogliamo fare i tuttologi pur avendo ognuno di noi svariate competenze in materia, Angelo è un ottimo fonico, Francesco è bravissimo a tenere pubbliche relazioni, io ho una mia…noi vogliamo solo fare musica, lasciando ad altre persone mono-competenti tutto il resto, vedi Gennaro Mele che si è appassionato al progetto diventando il nostro produttore esecutivo, tra virgolette, come è nello spirito dei Fleaks, rimane sempre un fondo di artigianalità in quello che facciamo”.

Con queste premesse, visto che l’esperienza ce l’avete, cambia il modo di approcciarsi alla musica col passare del tempo?
“Sì, cambiano le cose, come del resto cambia tutto il resto, pensa a come ragionavi a vent’anni…”

…e chi se lo ricorda più…
“…non dirlo a me…ora sicuramente fai dei ragionamenti diversi, cambia l’approccio al lavoro, al fare musica, cambia tutto, ma è bello anche per questo”.

Però diciamo la verità, i musicisti sono pigri…
“Ah sì, assolutamente, svegliarsi per venire qui oggi a fare l’intervista è stata dura”.

Gianluca Lomuto

The Fleaks su facebook

Line-up:
Giuseppe Porsia (Ukupeppe) : ukulele e voce
Francesco Patruno (Possum’ Franklyn) : Basso e voce
Angelo Pantaleo (Mostly) : Batteria e voce

 

Realizzazioni 3D Davide Porsia

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