Nella bio c’è scritto: I Volti di Elena esprimono la volontà di dichiarare la non oggettività delle cose, non è possibile definire una realtà se non quella puramente soggettiva. Esiste una realtà unitaria de I Volti di Elena?
Giorgia: “Noi abbiamo suonato cose diverse, abbiamo avuto esperienze differenti, per cui abbiamo lavorato per creare il nostro suono, il nostro punto di vista, la nostra realtà soggettiva, naturalmente ci stiamo ancora lavorando”.
Riccardo: “È chiaro che ognuno di noi vede la cose a modo suo, questo è ovvio, quando sei un gruppo cerchi di condividere per creare qualcosa di nuovo e soprattutto originale. Esiste il punto di vista de I Volti di Elena, che però è un ibrido derivato dalla somma delle nostre vite, delle nostre esperienze musicali…”
Giorgia: “…per questo quando ci chiedono che genere suoniamo andiamo in crisi”.

Cioè vi verrebbe difficile rispondere se ve lo chiedessi?
Giorgia: “Giochiamo a dare definizioni diverse…”
Riccardo: “…a me piace rock moderno…”
Giuseppe: “…io dico pop eclettico…”

Quindi non esiste una realtà unitaria de I Volti di Elena…
Giorgia: “Se esistesse non staremmo sempre a litigare” scherza.

Inizialmente eravate sei, oggi siete in quattro. Senza entrare nel merito, ma collegandoci alla prima domanda, mantenere l’equilibrio interno è stato difficile?
Giuseppe: “Diciamo che è stato abbastanza traumatico il passaggio, non ce lo aspettavamo. La cosa, poi, ci ha portato a confrontarci con altre teste che magari sarebbero dovute entrare nella band”.
Giorgia: “Abbiamo iniziato all’età di 18 anni e nel tempo la cosa si è evoluta. Noi in questo progetto ci crediamo, per cui alla fine lo abbiamo preso come una sfida, come un momento di crescita e ci siamo messi sotto a lavorare. Devo dire che sono davvero soddisfatta”.

Il vostro pop rock è cantato in italiano, ma guardate all’estero. Quali sono vostri riferimenti, allora, e perché?
Riccardo: “Cantiamo in italiano perché è la nostra lingua e lo riteniamo un valore da portare avanti, però devo ammettere che non apprezzo tutto ciò che ascolto di italiano, anzi. Mi piace moltissimo l’underground, lo trovo incredibile, per certi versi ricorda molto quello di Londra, di quando vi suonavano i Muse per esempio, e non riesco a capire perché non venga fuori. In questo momento il mio modello è un certo progressive inglese, perché è un genere in continua sperimentazione, cosa che in Italia manca. A parte l’underground, sembra tutto già ascoltato”.

Per te underground e indie sono sinonimi?
Riccardo: “No no, non necessariamente. Sono stato al concerto dei Ministri recentemente ed era gremito, eppure in giro non se ne parla, non li senti in radio o cose simili. Ora sta andando questo indie inglese, però c’è molto altro”.

Avete registrato due demo e ora vi accingete a registrare un album, sembra che stiate seguendo la strada dei piccoli passi. Che obiettivo vi siete dati?
Giorgia: “In questo momento vogliamo realizzare un certo numero di brani che ci convinca e che poi possa confluire in un lavoro più corposo, anche perché la musica si compone per vissuto, esperienze, quindi non ci siamo dati una scadenza. Ogni pezzo è una cosa a cui teniamo, per cui prima di presentarlo, di suonarlo, ce lo coccoliamo” sorride.
Giuseppe: “…so’ piezz e’ core…”

Con il disco a che punto siete?
Giuseppe: “…direi a metà…”
Riccardo: “…ci sono molte idee, però un disco non vuol dire prendere i 10 pezzi migliori, secondo me. Vuol dire prendere le canzoni che guidano un’idea e metterle insieme, è un discorso un po’ più complesso. Potremmo fare brani bellissimi, che però, nascendo da emozioni diverse, potrebbero non stare bene uno con l’altro”.

Per fare della musica un lavoro, oltre a saper suonare e cantare, ci vuole un ufficio stampa, un manager, un’agenzia di booking, un consulente d’immagine etc etc. In pratica, significa mettere se stessi nelle mani di qualcun altro…
Giorgia: “Ci sono tante persone in giro che fingono di essere capaci e preparati, in realtà bisognerebbe scegliere con molta cura…”
Giorgia: “Noi ad esempio avremo bisogno di uno stilista, appena sarà pronto il disco penseremo prima a questo che all’ufficio stampa” ride.
Riccardo: “All’inizio non pensi a queste cose, però fanno parte dello show e quando sei sotto al palco durante un concerto te ne accorgi. Forse la prima cosa da fare è confrontarsi con se stessi e capire che direzione si vuole prendere, perché altrimenti il rischio è perdersi nelle idee di qualcun altro”.

Insomma, i primi a prendersi cura del proprio lavoro dovrebbero essere i musicisti stessi…
Riccardo: “Noi abbiamo anche provato ad affidarci, però alla fine è il tuo progetto e come te ne occupi tu non la fa nessuno”.

Spesso i musicisti lamentano carenza di spazi, la concorrenza delle cover band, miopia delle istituzioni verso l’arte e la cultura o anche da parte dei massmedia. Non sarà il caso, allora, che proprio i musicisti si diano da fare?
Riccardo: “Per la mia piccola esperienza, i posti in cui è stato veramente un piacere suonare erano gestiti da musicisti. Il gestore del locale, non essendo stato dall’altra parte, probabilmente non può capire le esigenze di un gruppo e viceversa. Il vero problema, secondo me, è che oggi si cerca di speculare su persone che magari hanno talento da vendere, ma poca esperienza”.
Giorgia: “A volte proprio i musicisti preferiscono rimanere a casa, piuttosto che andare ad ascoltare un concerto, lamentandosi poi che altri colleghi non vanno a sentirli suonare”.

Forse i musicisti dovrebbero dedicare più tempo alla conoscenza del proprio territorio, a capire che tipo di musica propone un locale e cose simili…
Giuseppe: “La gavetta va fatta, dopo un po’ però inizi a capire alcune cose e a fare delle scelte. Piuttosto che suonare ovunque, magari, è meglio farlo in posti dove puoi avere un riscontro maggiore rispetto a solo quello degli amici che ti seguono”.
Riccardo: “La cosa più semplice che puoi fare è seguire su Facebook le band che incontri ai vari concorsi, andando a vedere i posti in cui suonano per poi proporsi. Lo stesso vale per i contest. È importante fare questo tipo di ricerca e selezione”.
Giorgia: “Dovrebbe essere quasi un obbligo, chiaramente poi sta a te dedicare del tempo o meno”.

Come tanti vostri colleghi, anche voi avete partecipato a numerosi contest e festival. Perché è così importante farlo se c’è la rete che ti porta ovunque?
Giorgia: “Anche quando non si vince niente, c’è una giuria che giudica e se sei fortunato è anche competente, per cui anche se non passi hai una motivazione che è sempre interessante”.
Giuseppe: “È bello incontrare persone del settore con cui avere un confronto, gente che può anche dirti: ragazzi mi fate schifo, però…”
Giuliano: “Ti dà delle indicazioni, degli aspetti su cui lavorare per migliorare”.
Riccardo: “I contest in un certo qual modo offrono delle opportunità, o meglio, noi cerchiamo di partecipare a quelli che danno come premio qualcosa che ci interessa. Se non siamo pronti, nessuno dice che dobbiamo iscriverci a quello dove si vince la realizzazione di un album, però se ce n’è uno che ti porta a suonare allo Sziget Festival, non puoi non provarci, è un’opportunità”.
Giorgia: “E poi il palco è un’emozione unica, devi saperci stare. Suonare dal vivo è sempre un esame”.

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Line up:
Giorgia Floro, voce
Giuliano Minuto, basso
Riccardo Pennetta, chitarra
Giuseppe Antonacci, batteria

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