Inizialmente eri dedito al rock, al blues e al funky, cosa ti ha portato verso la dimensione cantautorale dando maggiore peso ai testi?
La fase adolescenziale, secondo me, è sempre quella in cui un musicista cerca di sfogarsi, di urlare al mondo il proprio pensiero attraverso la musica, attraverso le corde di una chitarra o con le bacchette di una batteria. In concomitanza con gli studi universitari, è maturata un sorta di vicinanza, un avvicinamento alle parole e appunto ai testi delle canzoni. Il culmine di questo percorso è stato con la tesi di laurea che ho dedicato a Fabrizio De Andrè. Anche grazie al dovere, allo studio, ho avuto il piacere di conoscere il grande microcosmo del mondo cantautorale e approfondire il cantautore per eccellenza. Sono partito da questi punti di riferimento, dalla scuola genovese, da quella milanese anche, quello che poi mi ha portato a questo è stata l’esigenza, l’urgenza di mettere su un foglio bianco delle emozioni, esigenza dovuta al fatto di essere caratterialmente molto riservato.

Si è trattato di una cambiamento personale prima ancora che musicale…
È stato proprio un cammino, un’evoluzione, una crescita personale che ho voluto in qualche modo dispiegare all’interno di me e fuori di me.

La tua tesi di laurea si intitola “Le figure femminili nei testi di Fabrizio De Andrè”. E nei testi di Pietro Verna invece?
Ci sono, come credo ci siano in tutti gli artisti, in tutti i cantautori che scrivono qualcosa, a volte però sono un po’ nascoste, un po’ fugaci o solo accennate. Diversamente da De Andrè, non sono così inserite in categorie, facilmente sezionabili come è successo per il lavoro di tesi. Ci sono, perché è naturale che nel percorso di vita di ognuno ci siano questi incontri, però non sono così facilmente classificabili.

Hai frequentato diversi stage e masterclass musicali: servono davvero o alla fine è solo un business?
Col senno di poi, credo che molti non siano serviti a niente, se non altro per riempire il baglio di esperienze di vita della persona. Alcuni sono serviti limitatamente, altri sono stati molto importanti soprattutto per i contatti. Agli inizi, uno si approccia al mondo della musica in maniera ingenua e spensierata, si butta su tutto: il primo stage col nome più noto possibile, dal punto di vista televisivo e mediatico, chiaramente attrae e affascina. Anche a livello di concorsi e festival, inizialmente uno prova di tutto, dopo inizia a essere selettivo nella scelta di quelli che posso essere fruttuosi non solo per il percorso artistico, ma anche di vita della persona. Ti ripeto, alcuni non sono serviti proprio a niente.

Soldi buttati secondo te?
Secondo me, questa premessa è importante, nessuno può insegnarti a scrivere, certo può aiutarti dal punto di vista tecnico delle regole, la struttura, darti certi parametri magari, però la sostanza e l’essenza di quello che poi andrai a suonare deve nascere da dentro, da un’urgenza o da una esigenza che ti porti e non te la può insegnare nessuno. Da qui ho imparato a selezionare…

Ti sei dato una calmata insomma…
Sì sì, anche dal punto di vista economico ho dato meno fastidio ai miei genitori – ride.

Nella biografia c’è scritto: Pietro preferisce considerarsi un artigiano della musica e delle parole, piuttosto che un musicista o un cantautore. Che differenza c’è?
Avendo studiato De Andrè, la parola cantautore a volte mi fa molta paura. Se non fosse per l’aspetto ontologico della parola, perché cantautore è colui che canta ciò che scrive, non ci sarebbero problemi. Però se si andasse oltre, se si analizzasse chi sono i cantautori che hanno fatto la storia dell’Italia o della musica nel mondo, lì c’è da farsela sotto se si pensa a Bob Dylan, a De Andrè, a Fossati, se si pensa a Neil Young…è per questo che io cerco di prendere le distanze. Canto quello che scrivo, ma mi fa paura avvicinarmi ai colossi della musica e quindi preferisco umilmente considerarmi un artigiano, perché mi piace appunto fabbricare, come se fosse legno da levigare, come se la mia stanza, dove elaboro le canzoni, fosse una bottega in cui c’è polvere, dove a volte si sbaglia il risultato però c’è il contatto con l’arte. Ecco perché artigiano. Qualunque sia il risultato,mi piace essere onesto e sincero in quello che faccio, non mi piace la finzione.

Per te la parola cantautore va pronunciata con rispetto…
Con rispetto certo, ormai quelli veri sono ben pochi. Tutti si definisco tali solo perché hanno scritto una canzone e non conoscono minimamente la storia o chi ha fatto in modo che questo termine avesse una certa dignità.

Per annunciare il concerto che hai tenuto l’8 marzo hai scritto: non ci saranno spogliarellisti pagati ad ore. Ironia o amarezza?
Un po’ tutto. Sarcasticamente, ho voluto esprimere il mio dispiacere nei confronti di quelle figure femminili che, in qualche modo, aspettano la festa della donna per gettarsi fisicamente e mentalmente nei locali, dove spogliarellisti con un corpo più o meno perfetto sono pagati ad indumento dismesso oppure a ore. Io suonavo in una libreria e mi piaceva l’idea di staccarmi da tutto questo, regalando umilmente un po’ di arte e di cultura.

Avresti potuto suonare a torso nudo…
Sarebbe stato rivoluzionario – ride.

La tua bacheca di facebook è ricca di citazioni e versi, c’è bisogno di più poesia nella vita di tutti i giorni secondo te?
La poesia non è fatta soltanto di versi scritti su un foglio, la poesia è anche una giornata uggiosa o passeggiare di notte, quando da soli ci sentiamo padroni del mondo, e la luna piena posa per noi. Solo se hai sensibilità e voglia, riesci veramente a coglierla. Se invece sei un po’ snob e il figo della situazione, se non ti soffermi sui dettagli delle sfumature che ci circondano e di cui i giorni sono intrisi, non riuscirai mai ad accorgertene. La poesia è dappertutto, ma a volte non la vediamo nemmeno.

Meno colletti alzati e più occhi aperti insomma…
Anche occhi chiusi, volendo.

Pietro Verna su facebook

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