Dopo mezzo secolo di onorata carriera, il cavalier Stefano Baldassarre, storico concessionario BMW, all’età di 90 anni porta la casa madre e la sua banca di riferimento in Tribunale e chiede un risarcimento milionario. La chiusura della concessionaria a luglio scorso aveva fatto in fretta il giro d’Italia.

Qualche giorno dopo eravamo stati rassicurati sul fatto che non ci sarebbe stato alcun problema per i dipendenti, perché a loro avrebbe pensato Maldarizzi, il gruppo subentrante a Baldassarre. Anche la sede passava sotto il controllo di Maldarizzi. Con il passare dei mesi abbiamo scoperto che le cose, secondo la versione del cavaliere Baldassarre, non filavano affatto lisce. E così siamo andati in via fratelli Philips nel tentativo di conoscere una prima versione dei fatti.

Per comprendere fino in fondo la faccenda bisogna fare un salto indietro nel tempo, agli anni ’60, quando Stefano Baldassarre diventa uno dei primi concessionari BMW in Italia, il primo al Sud. La concessione ufficiale arriva 11 anni dopo, nel 1971 con la nascita della società Autosport. BMW Italia avrebbe inesorabilmente estromesso Baldassarre dal mercato, stando a quanto ci viene raccontato, con un piano ben definito e nonostante lo storico rapporto con l’imprenditore.

Tanto la Baldassarre Motors quanto il Cavaliere Stefano Baldassarre hanno fatto sempre tutto quello che BMW chiedeva loro di fare, contraendo anche appositi finanziamenti per accontentare la casa madre. Questo raccontano le carte. Dall’adeguamento delle sedi di Bari e Barletta all’acquisizione di una sede a Foggia, sottostando anche a continue ingerenze di BMW rispetto alle scelte manageriali e gestionali della concessionaria. Ma come ricambia BMW tutti gli sforzi di Baldassarre? Anziché sostenerla, consente la progressiva erosione dell’esclusività nelle vendite delle sue autovetture e non le rinnova il contratto di concessione, estromettendola dal mercato e consegnando di fatto la storica attività nelle mani di Maldarizzi.

La goccia che ha fatto traboccare il cosiddetto vaso cade i primi di luglio di quest’anno, quando Maldarizzi stipula con Baldassarre due autonomi contratti di fitto di ramo di azienda e di locazione di immobili aziendali, obbligandosi a versare mensilmente importanti somme pattuite quali canoni. “Alcune clausole sono state strumentalizzate – denuncia il cavaliere Baldassarre – e Maldarizzi non sta pagando, dandoci dunque la definitiva mazzata. Ci eravamo impegnati ad utilizzare quelle risorse per dare corpo all’attivo del concordato preventivo proposto a banche e creditori”.

Nel giro di poco tempo un’azienda che rappresenta la storia passata e recente di BMW è  messa ai margini: “Con un danno d’immagine oltre che patrimoniale e non patrimoniale enorme”, tuona il cavaliere. Per questa ragione, Leopoldo Di Nanna, uno degli Avvocati che sta seguendo Baldassarre Motors, annuncia che: “I miei colleghi su Milano hanno già avviato il contenzioso civile, finalizzato ad ottenere il risarcimento del danno nei confronti del gruppo BMW. Personalmente sto seriamente valutando la sussistenza di un’ipotesi di reato generata dalle stesse condotte che hanno dato vita all’illecito civile, così da sottoporre il tutto anche al vaglio della Magistratura Inquirente in ambito penale. Stiamo contestualmente valutando la posizione di Maldarizzi, che ha avuto un ruolo nevralgico nell’escludere dal mercato Baldassarre e nel grave danno prodotto sia alla società che personalmente al cavaliere, con il benestare di BMW.”

Nemmeno un 2016 record è servito a far tornare BMW sui propri passi. Da fine 2009, e a seguire nel triennio compreso tra il 2010 e il 2013, BMW Italia SpA impone a Baldassarre Motors, nata nel 1978, importanti investimenti finalizzati ad ampliare e migliorare la rete vendita, mediante l’acquisto di una nuova sede a Foggia e l’ammodernamento delle sedi delle concessionarie di Bari e Barletta.

“Quello è stato l’inizio della fine – incalza Stefano Baldassarre -. Sono stati perpetrati una serie di comportamenti inaspettatamente ostili. È iniziata una costante ingerenza nel nostro operato e nelle nostre scelte, rivelatasi sempre più invasiva. Tanto per dirne una, BMW inizia a subordinare il pagamento dei previsti bonus sugli incassi e sulla produttività della concessionaria ad una serie di adeguamenti: sedi, sistema informatico.Per soddisfare le richieste siamo stati costretti ad accedere al credito con alcuni istituti bancari”.
Succede anche per l’acquisto della sede di Foggia come richiesto sempre da BMW, che porta così a tre le sedi pugliesi da gestire, nelle quali BMW “forza anche l’assunzione di personale della sua area, ponendo il veto su manager e dirigenti che avremmo fortemente voluto”, continua il concessionario.

Il 2010 inizia la crisi economica che coinvolge tutto il settore dell’automobile. “Durante questo triennio terribile – spiega Baldassarre – siamo stati costretti a cedere un immobile e a ridurre il numero dei dipendenti, ma l’ingerenza di BMW non si è fermata nelle scelte della gestione societaria. La casa madre è intervenuta sul mutamento delle cariche manageriali e più in generale sulla scelta del personale da adibire alle varie funzioni e mansioni nelle diverse sedi. Se da un lato BMW ci imponeva enormi sforzi, costringendomi ad esporre il mio patrimonio personale a garanzia per far ottenere i finanziamenti necessari a sottostare alle sue richieste; d’altro lato la casa madre era inadempiente ai propri obblighi tra cui, fondamentale, quello del puntuale versamento dei bonus di produzione. A quel punto siamo andati in crisi di liquidità, con inevitabili ripercussioni per l’impresa”.

L’esposizione debitoria della Baldassarre Motors nei confronti della BMW sale anche a causa dell’elevatissimo numero di autovetture a “km 0”, cioè immatricolate e rimaste invendute. Auto materialmente acquistate da Baldassarre secondo quantitativi ancora una volta imposti dalla casa madre, a prescindere dalla effettiva domanda di mercato. A quel punto BMW propone all’imprenditore barese un finanziamento concesso da essa stessa, o meglio dalla collegata BMW Bank, trattenendone una parte a saldo dei crediti pregressi. Un giro di soldi che porta a dover aumentare il capitale sociale con garanzia personale di Stefano Baldassarre. Un ulteriore impegno finanziario la cui sostenibilità era legata al mantenimento dell’esclusiva vendita delle autovetture BMW e Mini in favore di Baldassarre, e chiaramente in un’ottica di rinnovo della concessione oltre la scadenza nuovamente fissata al 30 settembre 2018. BMW disattenderà però l’essenziale condizione: “Concedendo a Maldarizzi la possibilità di commercializzare le proprie auto nel territorio di nostra competenza”. “Il finanziamento fu seguito e asseverato da un commercialista, continua l’imprenditore – il quale prevedeva non a caso che Baldassarre avrebbe potuto risanarsi e tenere in piedi la baracca restituendo gli importi a banche e BMW solo con la fattiva collaborazione e il naturale sostegno di quest’ultima, che avrebbe dovuto quanto meno garantire l’esclusiva commerciale nelle zone di competenza, il lancio di nuovi modelli, anche ad alimentazione alternativa ed altri impegni rimasti inadempiuti. BMW ha fatto l’esatto opposto, favorendo spudoratamente proprio il nostro maggior competitor, che in questo modo consolida la sua presenza sul territorio pugliese”.

Da questo racconto emergerebbe come BMW avrebbe favorito Maldarizzi e comunque società di cui è amministratore, come la Unica srl, a cui avrebbe concesso di commercializzare a Foggia e Barletta (nel 2015 zone di competenza della Baldassarre). A nulla valsero le continue segnalazioni. Unica avrebbe proseguito imperterrita la sua presunta concorrenza sleale con la benedizione di BMW: “Giungendo nel 2017 a pubblicizzare su intere pagine della Gazzetta del Mezzogiorno la svendita addirittura al 50 per cento di auto BMW sul territorio barese, zona ancora di nostra esclusiva competenza”.

Tutto ciò ha comportato inevitabilmente decremento di fatturato per Baldassarre, riduzione di personale, fino al primo settembre 2017, quando BMW comunica a Baldassarre di non voler più rinnovare la concessione alla scadenza del 30 settembre 2018. “Da qui nasce la battaglia legale stragiudiziale portata avanti dai miei colleghi, che però vede BMW irrigidirsi – denuncia il legale – e continuare ad abusare della posizione dominante, ponendo addirittura Baldassarre sotto il regime della fatturazione controllata e quindi dando avvio alla paralisi dell’attività societaria e successiva richiesta di concordato preventivo (luglio 2018) al fine di gestire le esposizioni debitorie conseguenze delle condotte illecite di BMW”.

Messo con la spalle al muro, il cavalier Stefano Baldassarre non può far altro che cedere il ramo di azienda e parte dei locali aziendali proprio al suo principale competitor, Maldarizzi: “Nello specifico – continua Di Nanna – le aziende a lui riconducibili Unica srl e Technospare srl, che per anni hanno pubblicizzato autovetture BMW sul territorio di competenza di Baldassarre senza il minimo intervento della casa madre. Maldarizzi acquisisce dunque locali e azienda e ottiene da BMW la definitiva concessione su Bari, Trani e Foggia. L’Autorità Giudiziaria dovrà tenere conto del fatto che il contratto di concessione era inerente alla commercializzazione di prodotti monomarca e che Baldassarre dipendeva totalmente da BMW e tutti gli investimenti contratti per soddisfare le richieste di BMW erano fondati sulla prosecuzione del rapporto con la casa madre e sul sostegno da parte di quest’ultima, che ha invece posto deliberatamente in essere condotte sleali e scorrette e non conformi a quella buona fede che deve caratterizzare ogni fase, precontrattuale, di formazione ed esecuzione dei contratti tra le parti. L’abuso di dipendenza economica si sostanzia in un vero e proprio abuso del diritto e genera una singolare e specifica fattispecie di responsabilità da cui deriva la richiesta di risarcimento e l’analisi dei profili penalmente rilevanti”.

“Non posso neppure entrare nella mia azienda – dice amareggiato, ma combattivo il cavalier Baldassarre -. L’estate scorsa nottetempo è stata tolta la nostra storica insegna e ancora oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Siamo stati costretti a realizzare un altro ingresso per entrare e uscire dalla zona degli uffici di nostra proprietà, seppure davanti Maldarizzi ha piazzato un grosso pannello pubblicitario per evitare di rendere visibile il nostro accesso. Maldarizzi, poi, non ha pagato le bollette per la fornitura di energia elettrica impiegata nelle aree passate sotto la sua gestione per una cifra di 2mila euro”.

Siamo di fronte a una storia particolarmente complessa, che avrà certamente dei risvolti, destinata a diventare un caso nazionale. Dal canto nostro restiamo in attesa della versione documentata dei fatti che le altre parti in causa vorranno fornirci.

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