“L’Agenzia delle Entrate vuole da me 8,5 milioni di euro, ma quell’evasione non c’è. Le carte che ho presentato, sia pure in ritardo, parlano chiaro. Un atteggiamento incomprensibile da parte del Fisco. Non me lo meritavo dopo una vita di lavoro e sacrifici”. Protagonista dell’assurda vicenda burocratica, che ha avuto ripercussioni sulla storica azienda di famiglia, è il 76enne coratino Vincenzo D’Introno, socio di maggioranza della società Ceramiche San Nicola.

Parliamo di 40 dipendenti diretti e almeno 150 nell’indotto. D’Introno presenta in ritardo le giustificazioni di un accertamento, ma per l’Agenzia delle Entrate ha evaso 19,5 milioni di euro. Gli anni sotto la lente d’ingrandimento dell’Agenzia sono il 2003 e 2004. Un avvocato consiglia il signor D’Introno di non presentarsi ad una convocazione, che poi diventa accertamento per la spaventosa cifra di quasi 20 milioni, compresa degli interessi maturati nel frattempo. La vicenda è complessa.

Vincenzo D’Introno e sua figlia Renza Lara, per 20 anni avvocato, adesso amministratore unico della società, spiegano in un’intervista il loro rammarico. I D’Introno, prima alla sede di Barletta, poi a quelle di Bari e Roma, hanno presentato all’Agenzia delle Entrate un’istanza in autotutela per dimostrare di non essere evasori, perché quello a cui si fa riferimento non è reddito, ma sono semplici passaggi di denaro da un conto all’altro. Anche procurandosi le fotocopie di una gran parte degli assegni emessi nel corso degli anni e tutti gli altri documenti necessari, i D’Introno sono certi di poter dimostrare di non essere evasori.

L’istanza, però, finora è stata sempre rigettata, senza che l’Agenzia delle Entrate abbia mai voluto assecondare la richiesta di un incontro avanzata dalla famiglia di imprenditori coratini. Il mancato accoglimento dell’istanza ha spinto i D’Introno ad aderire alla rottamazione delle cartelle esattoriali l’ultimo giorno utile. Da 19,5 milioni di euro a 8,5 milioni di euro. Su ognuna delle tre rate da 2 milioni di euro già pagate, però, ricordano sempre che è in piedi l’istanza in autotutela.

Sì, perché la rottamazione fatta per salvare il salvabile, non intaccherebbe la possibilità di continuare nella battaglia di giustizia intrapresa contro l’Agenzia delle Entrate. Al danno, poi, si aggiunge la beffa di dover pagare alla vecchia Equitalia un aggio di 1,4 milioni di euro sul debito rottamato. Una cifra esagerata se si pensa che per la gestione di un’analoga attività legale di riscossione, ad un avvocato andrebbero circa 60mila euro. Un appello accorato fatto all’Agenzia delle Entrate, che non ha voluto in nessuno modo analizzare le carte prodotte dall’imprenditore, anche quando a chiederlo è stata Confindustria.

“Chi di dovere deve vedere le carte – denuncia Renza Lara D’Introno, amministratore unico dell’azienda di famiglia -. Abbiamo il diritto di essere ascoltati. Non siamo evasori e lo abbiamo dimostrato. Stiamo subendo una grossa ingiustizia”.

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