In poco più di trecento, non tutti giovani e forti, avevano scelto di intascare la “libera uscita” e levare le tende. Qualche pensionamento, altri accordi, continue tensioni, fino alla triste conclusione dei 54 licenziamenti. La Bridgestone di Bari non ha fatto il passo indientro che in tanti speravano. Sarebbe stato un miracolo. E alla fine il miracolo non c’è stato.

Per 54 famiglie va in scena l’ennesimo dramma del lavoro della terra di Bari. In queste ore i licenziamenti sono stati formalizzati. Tra chi è rimasto a casa ci sono persino due sindacalisti. Nemmeno per loro c’è stata speranza. I lavoratori non sono disposti a sotterrare l’ascia di guerra. Domani, lunedì 11 aprile, saranno fuori dallo stabilimento alla zona industriale di Bari per manifestare la propria rabbia.

S’indignano tutti, ma molto del futuro di questi lavoratori era stato già scritto fin dal 2013, anno in cui è iniziato il braccio di ferro. Certo, ai tempi non si conoscevano ancora i numeri. Il 16 maggio di quell’anno titolavamo: “Bari, lo stabilimento Bridgestone è salvo. Accordo trovato fra la multinazionale e le istituzioni italiane”. Col tempo si è capito a quale prezzo. Nessuno dei tavoli di concertazione, nemmeno le proteste vibranti e le trattative a tutti i livelli, hanno convinto il colosso degli pneumatici a retrocedere di un solo metro rispetto alla chiusura in merito al numero di persone da segare per evitare di fermare la produzione.

Non ha ancora parlato nessuno. Del resto, prima di qualsiasi dichiarazione – ci riferiamo ovviamente a quelle di chi ha cognizione di causa – bisognerà trovare le parole giuste da dire alle poche decine di operai sacrificati per consentire ad altre centinaia di colleghi di mantenere il lavoro. La solita guerra tra poveri, per il momento con il finale già scritto: la disperazione di chi è rimasto con un pugno di mosche in mano e l’astratta commiserazione di quanti adesso esprimeranno sdegno e solidarietà a comando.

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