Più volte ho dovuto darmi tremende bacchettate sulle mani per evitare di offendere e sminuire il lavoro dei colleghi, perché quando è mosso dalla buona fede, seppure non condiviso, merita rispetto. Anche altri immagino abbiano fatto lo stesso nei nostri confronti.

Massimo Levantaci, della Gazzetta del Mezzogiorno – al contrario suo faccio il nome del giornalista e della testata – nel pezzo sull’opinabile concorso per il direttore del reparto di Oncologia agli Ospedali Riuniti di Foggia, diretti da Vitangelo Dattoli, è andato ben oltre il seminato.

La cosa più grave è che nessuno dei suoi supervisori della Gazzetta abbia sentito il bisogno di intervenire, lasciando che la gente potesse leggere della nostra “polemica da quattro soldi” o della targa “inappropriata”, con evidente tono denigratorio. Virgolettati con disprezzo a cui l’anonimato non restituisce dignità professionale.

Ai lettori della Gazzetta, che evidentemente ha bisogno di offendere il lavoro altrui per esaltare il proprio, sempre più in discussione, è stato tra l’altro detto che la polemica da quattro soldi è stata fatta da un “sito barese”, come se bari.ilquotidianotaliano.com non fosse una testata regolarmente registrata al Tribunale di Bari, diretta da un giornalista professionista (io), in cui collaborano ottimi giornalisti e aspiranti tali, ai quali ho sempre cercato di insegnare il rispetto, se non altro quello formale.

Siamo alla frutta di un mestiere alla deriva, in cui per la difesa del proprio lavoro – e speriamo sia solo per quello – si è disposti a qualunque deroga nel rapporto fra colleghi. Continueremo ad andare per la nostra strada, senza la necessità di asecondare voglie e desideri del potentato di turno o giudicare l’operato dei colleghi, quando è mosso dalla buona fede.

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