Caro Samuka,
Ti scrivo da amico, collega e fratello, anche se non ci siamo mai conosciuti di persona ma non importa: i cameraman sono tutti una famiglia e te ne fai parte con pieno diritto, anche se non sei il più esperto, il più “navigato”, ma il mare lo hai solcato in maniera differente e sicuramente più dura.

Hai conosciuto due aspetti del nostro lavoro non piacevoli: il primo è quello di stare in mezzo alla cattiveria e la violenza anche di chi dice di essere tuo fratello (ma forse quella già l’hai conosciuta bene e puoi insegnarci cosa è), la seconda di subirla. Vedi Samuka, quello che nessuno ti dirà mai tra i banchi di una scuola di televisione e che nessuno saprà mai stando seduto davanti alla TV oppure davanti ad un PC, è quanto il pane dei cameraman sia salato.

“Fai il cameraman che è sempre meglio di lavorare” pensano molti, gli stessi che non sanno le difficoltà di premere il tasto REC di una telecamera. Perché non è solo premere un tasto, ma è anche sapere quando premerlo, come premerlo, perché premerlo e quando smettere. E non parlo solo di tecnica ma soprattutto di etica.

Stiamo in mezzo alla strada ogni giorno, se piove, se c’è il sole, se fa caldo, se fa freddo, se abbiamo sonno o fame; con i compagni della troupe, il giornalista e la telecamera che trattiamo con più rispetto di un oggetto sacro, nello stesso modo che hai fatto tu mentre dei balordi ti prendevano a calci e pugni.

Perché in quella telecamera hai riposto la fiducia in un futuro migliore, in qualche sonno più tranquillo la notte, perché hai capito che è un silenzioso grido che sottolinea quanto sei realmente diverso da quello che la gente pensa in generale, spesso incoraggiata da politici e “cazzari”, perché oltre al fatto di essere un cameraman devi affrontare il pregiudizio di essere di colore. Noi, nella telecamera, riponiamo la stessa fiducia che c’hai riposto tu perché ci permette di vivere, a volte sopravvivere, ma soprattutto ci permette di essere NOI.

Stai sereno, questo è il primo brutto episodio di molti altri che sarai costretto ad affrontare quando smetti di essere uno spettatore e diventi l’occhio dello spettatore, e come tale puoi essere fastidioso perché riprendi cose che qualcuno non vuole mostrare.

E ricorda che, a parte Antonio Loconte e qualcun’altro, tu come cameraman non sei l’elemento più importante di un video anche se poi sei quello che mostra cosa accade con la tua bravura, la tua tecnica, la tua sensibilità e soprattutto, il tuo impegno. Chi guarda le tue immagini non conosce l’impegno che ci mettiamo nel lavoro, i sacrifici che affrontiamo ogni giorno nello stare in prima linea, perché il nostro lavoro non è divertimento e mangiate, è difficoltà e pazienza prima di tutto.

Ma come cameraman sai o saprai ignorare quello che pensa la gente perché l’unica cosa che ti interesserà sarà fare ottime riprese che possano essere montate per chiudere una storia al montaggio e raccontarla e mostrarla. E poi si torna in strada, una nuova storia, una nuova sfida, un nuovo rischio, una nuova emozione: viviamo di questo.

Caro Samuka, riposa qualche ora, riprenditi, “leccati le ferite”, ma poi preparati a tornare in pista. Ricordati che prima o poi ci sarà qualcuno che capirà quanto è importante il nostro lavoro, e c’è anche chi a Roma tra noi colleghi prova a bussare alle porte delle stanze dei bottoni per farlo riconoscere legalmente: si chiama ASA (Autonomo Sindacato Audiovisivi) che ha iniziato un percorso che servirà a difendere la nostra categoria.

Noi colleghi ci siamo per te per dirti che non devi restarci male, fa parte del gioco.
E se di questa esperienza, la ferita più grande è quella di aver preso botte anche da persone che il mare lo hanno attraversato al tuo fianco ed a terra hanno preso altre strade, ricorda sempre che la merda ha un solo colore: il marrone.

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