Che dire, finale più umiliante la storiaccia targata Giancaspro non poteva averlo. La figlia del faccendiere e il genero che tentò di vendere online magliette non sue invocano i proverbiali “10 minuti” prima di essere cacciati dallo stadio San Nicola. Loro, al posto dell’ex presidente fuggitivo.

Giancaspro, che invocava rispetto, annunciando di voler rispondere colpo su colpo ai denigratori nel momento in cui il Bari avrebbe evitato il fallimento, nemmeno si è fatto vedere. Non se l’è sentita di cambiare registro, consegnando le chiavi del San Nicola in segno di resa. Si è fatto travolgere dalle sue stesse supercazzole, dai progetti copiati e incollati, dalla moltitudine di giocatori transitati in maglia biancorossa, dagli F24, dalle ingiunzioni di pagamento milionarie e dai soldi arrivati chissà da dove.

C’è un aspetto di questa parabola che fa molto riflettere. Giancaspro viene travolto dall’onta subita qualche mese fa da Pasquale Ciccarelli, lo storico custode dell’impianto sportivo ormai decadente. Sfrattato nel modo peggiore. All’epoca un capriccio dell’ex presidente, che addirittura voleva risiedere nello stadio. Desiderio per fortuna non assecondato, al contrario dei tanti sconti concessi ab Giancaspro dall’amministrazione comunale. Tristezza infinita.

Oggi lo sfratto coatto è un diritto della città, che deve riappropriarsi di ciò che gli appartiene, seppure non è stata capace di accudire lo stadio nel modo più opportuno. Ciccarelli e sua moglie Maria Magaletti all’epoca ci misero la faccia. Chi adesso è fuori dal San Nicola a rivendicare le chiavi nel nome delle istituzioni che rappresenta, allora stette a guardare il trattamento infame che Giancaspro riservò loro. La vita è una ruota e come tutte le ruote gira.

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