Non sono un tifoso del Bari, nel senso ultras del termine, ma ho a cuore i colori della città. La farsa a cui abbiamo assistito mi ha disorientato, anche più della possibile ripartenza da zero, qualunque sia la nuova società. Non è il primo caso e non sarà certo l’ultimo.

Ve lo avevamo detto. Sì, ma sarebbe troppo banale. La colpa è soprattutto di Giancaspro. Vero, ma è riduttivo. Vi siete fatti anestetizzare. Evidente, ma neppure questa tesi spiega come il Bari sia fallito molto tempo fa, non oggi. Il lutto non è stato ancora metabolizzato, è ancora il tempo di provare a capire cosa sia potuto succedere.

Un paio d’anni fa, quasi contemporaneamente all’idolatrato arrivo di Giancaspro, abbiamo iniziato a mettere tutti in guardia: il suo impero sembrava di cartone. Lo abbiamo fatto subendo le peggiori maldicenze. Neppure con Paparesta siamo stati clementi, tanto per frenare i commenti dei buontemponi.

Nessuno, nemmeno i Sindaci e i componenti del Cda si è mai degnato di spiegare i mancati pagamenti a fornitori, calciatori e dipendenti. Non hanno spiegato nemmeno come fosse possibile che una squadra senza quattrini potesse sottoscrivere più di 30 contratti di un certo peso. Se ne sono scappati tutti quando ormai la barca stava affondando. Se l’è svignata ancora una volta l’avvocato Francesco Biga, l’eminenza grigia della storia biancorossa, da Matarrese ai giorni nostri. Dove stavano quando intervistavamo creditori speranzosi di vedere pagati servizi, materiali e prestazioni? Nessuno ha mai acceso i riflettori sulla gestione familiare dell’imprenditore di Molfetta, seppure non abbia personalmente ancora capito in cosa Giancaspro imprenda. Non da febbraio o marzo scorso, ma due anni fa. Qualche risposta potrebbe arrivare dai magistrati. In questa storiaccia il condizionale è d’obbligo sempre. Quarantasei decreti ingiuntivi, 17 milioni di euro di debiti.

Neppure il Sindaco, spesso tardivo nei suoi interventi e neppure uno solo degli amministratori pubblici ha sentito mai il bisogno di chiedere conto. Invettive inutili quando ormai era troppo tardi. Si sono concesse proroghe, deroghe, persino stesi tappeti rossi per il progetto di uno stadio copiato e incollato in malo modo. Nell’incubo, non solo sportivo, i voltagabbana hanno dato il meglio di sé. Su certa parte della tifoseria organizzata e alcuni colleghi giornalisti, sempre e comunque proni, evito di scrivere, potrei non riuscire a controllarmi. Le fake news non erano quelle che abbiamo raccontato noi.

Giancaspro l’ha fatta a tutti, come detto da Roberto Maffei nelle uniche trasmissioni sportive che contano a Bari: gli allocchi si sono trovati a dover contestare l’unico chirurgo che avrebbe potuto salvare nostra madre e che, invece, l’ha ammazzata. Bugiardo, questo è stato Giancaspro. Ha mentito ed è scappato. Tempi e modi della pantomima sono stati vomitevoli, mentre in tanti si affannavano nelle richieste di sempre: “Nessuna pressione”, “Lasciamoli lavorare”, “Va tutto bene”, ” I soldi ci sono” e poi via libera anche ai selfie sorridenti dei calciatori in ritiro. Chissà poi cosa avevano da ridere. Nell’era dei social Sogliano e la squadra sono caduti dal pero. Nessuno si è accorto di niente. Inverosimile, eppure a Bari può succedere e in effetti succede di tutto.

I baresi sono un popolo troppo forte per non ripartire. Ciò che fa più male è il lassismo di chi avrebbe potuto fare qualcosa in tempi non sospetti e invece ha preferito girare la testa dall’altra parte. Sono ancora confuso, ci sono milioni di cose da dire. Intanto andate tutti al diavolo e per quel che conta da queste parti non troverete spalle su cui piangere: le vostre sarebbero solo le lacrime di un galletto che si è lasciato spennare.

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