Di questi tempi l’arte della critica si configura sempre più spesso nella sua accezione meno nobile. Per intenderci, è quella che ha fatto nascere l’espressione “critica distruttiva”, gioco di parole molto riuscito. Quella che taccia, senza mai regalare il minimo spunto di riflessione, anche perché spesso arriva da pulpiti improvvisati.

Oggi mi è capitato di imbattermi su Facebook in una di queste e di primo acchito sarei voluto intervenire per difendere il mio collega, messo alla gogna per un errore di distrazione. Sì, è vero: potrei divertirmi a scrivere che “in sella a un motore”, come inizialmente scritto nell’articolo “incriminato”, fosse una sineddoche. Ma no, l’onestà paga sempre: quella dell’autore è stata un’imprecisione.

Capita a chiunque di sbagliare, in ogni settore, a tutte le età e in qualsiasi tipo di circostanza. Quello che invece capita a pochi “selezionati” è puntare il dito su una persona, peraltro un professionista, per ghettizzare un fenomeno diffuso come se fosse estraneo alla realtà in cui viviamo tutti. Quello che non capita a tutti è sottolineare un piccolo errore e trasformarlo nella cartina di tornasole del decadimento del giornalismo online.

Gli interventi nella discussione che è nata da quella critica, che ho letto con attenzione (alcuni, mi tocca dirlo, sono molto sboccati), dimostrano una sorpresa mista a indignazione che non ha senso; raccontano una realtà che non esiste. Se fossi un rappresentante di mobili e proponessi ogni giorno un tavolo e un divano, riuscendo a vendere solo il secondo, pian piano il mio datore di lavoro mi chiederebbe di presentare ai clienti più divani e meno tavoli. “A me piacciono più i tavoli, ne sono appassionato. Io odio i divani”, potrei pensare. Allora mi convincerei che per continuare a fare quello che mi piace, per fare con passione il mio lavoro, dovrei tapparmi il naso e vendere tanti divani, ritagliandomi lo spazio per insinuare nel mio pubblico l’apprezzamento per i tavoli.

Cosa voglio dire? L’aspirazione di un giornalista non è certamente scrivere di un cane che gira indisturbato per il quartiere Libertà seminando qua e là i propri bisogni senza il controllo del padrone. Ci piacerebbe eccome concentrarci sulle inchieste, come noi de Il Quotidiano Italiano (e, come noi, tanti altri bravi colleghi) abbiamo fatto in molti casi, ad esempio quella condotta sul caso delle accuse infondate rivolte a due dei medici intervenuti nelle prime cure a Domi Martimucci, giovane vittima dell’agguato alla sala giochi “Green Table” di Altamura nel marzo del 2015. Poi, però, ci scontriamo con la realtà e notiamo che il pezzo del cane ha un successo eclatante, mentre uno di quelli conclusivi del caso di cui sopra lo leggono una decina di persone.

È chiaro, quindi, che se vogliamo continuare a veicolare a un pubblico che sia il più vasto possibile pezzi a cui attribuiamo un valore giornalistico importante, dobbiamo offrire anche quello che il mercato ci impone di offrire. È così che funziona, in ogni ambito, da sempre. Non ammetterlo sarebbe ridicolo.

Utilizzare un errore banale e a mio avviso perdonabile per puntare il dito contro un sistema di cui facciamo parte tutti da sempre, un sistema in cui, per fare un altro esempio, un calciatore che litiga con un tifoso fa più rumore di una bella vittoria della propria squadra del cuore, lo è ancora di più.

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