Morire stroncato da un infarto a 41 anni in un minuto, senza sintomi, sul finire di una serata trascorsa insieme a chi ami davvero. Un marito e un padre premuroso, un lavoratore come pochi, gentile e sorridente. Mai un malanno, un qualunque segnale che potesse far pensare al peggio. Se n’è andato dopo la mezzanotte, mentre la sua bambina di quattro anni dormiva profondamente. Non si è accorta di niente. Una vita serena diventa tragedia, sconvolgendo tutti: la moglie, i parenti, i colleghi del Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari, un intero paese. Ti affanni nel tantativo di darti una spiegazione, ma ti rendi conto che non esiste necessariamente una ragione. Devi avere Fede e sperare che la provvidenza abbia un pensiero per te. Una morte così veloce da interrogarti profondamente sul senso di una vita che scorre veloce sotto i nostri occhi, attraverso mani non sempre pronte ad afferare occasioni e piccole gioie.

Nessun vizio, un’esistenza regolare tutta dedicata alla famiglia, sacrificando i sogni per poter sbarcare il lunario, pagare la ristrutturazione di casa e il pagamento dell’affitto, per non far mancare niente a chi ha riposto il suo futuro in quelle mani salde – al contrario delle mie – sempre capaci di fare la cosa giusta. Morire dopo qualche rantolo. Non era mai successo, tanto da far credere a tua moglie che stessi scherzando. Una morte normale, non un male incurabile, un incidente, una tragedia. Nessuna agonia. Il tempo si ferma e non riparte. Punto. Il pensiero da giovane padre diventa martellante, soprattutto perché qualche ora prima hai avuto un battibecco per un parcheggio conteso in un centro commerciale. Non ti dai pace all’idea che sarebbe potuto essere quello il tuo ultimo ricordo.

Quarant’anni e sentirsi invincibili, credere di poter guardare avanti con la speranza di vedere crescere tua figlia che, non ci fossero le fotografie e i ricordi di tua moglie – ancora sotto shock – non ricorderebbe nemmeno che faccia hai. Addio Trifone.

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