Elezioni provinciali a Taranto, in casa Pd volano gli stracci. La vittoria del candidato di centrodestra Martino Tamburrano rischia di passare in secondo piano rispetto al sangue che sta scorrendo nel centrosinistra a colpi di fuoco incrociato che i separati in casa si stanno sparando in queste ore.

Sulle pagine di tutti i quotidiani troneggiano virgolettati che rimandano ad inciucio, tradimento, gioco delle tre carte, l’avevo detto io e tutto il repertorio. Elemento che accomuna gli strali lanciati, il destinatario Michele Emiliano, segretario concorrente alle primarie per le prossime regionali tanto ingombrante da essersi già autodefinito candidato presidente in maniera poco elegante e piuttosto sbruffonesca.

Indipendentemente da come andranno le cose, o forse proprio per evitare che vadano nella stessa maniera, la classe dirigente del Partito Democratico dovrebbe far tacere per un attimo i cannoni e provare ad ascoltare. Nel silenzio delle armi potrebbe capitarle di sentire un certo brusio, un mormorio di fondo potremmo dire, senza ombra di dubbio un lamento.

Tendendo accuratamente le orecchie, il PD potrebbe distinguere un coro di voci finora inascoltato, quello della così detta base, quegli elettori che diverse volte in un passato più o meno recente hanno saputo voltare le spalle e punire il partito per le decisioni prese in totale autonomia e isolamento dai suoi sostenitori, tesserati e non che fossero, e dei così detti partiti minori, che a quanto pare tanto minori non sono visto l’ennesimo harakiri consumato a sinistra.

Gianfranco Lopane è certamente persona per bene e degna della massima stima e fiducia, sia chiaro, ma è pur sempre l’ennesimo candidato imposto dall’alto, calato come una marionetta dalla direzione del partito, tra il solito gioco di veti incrociati e sguardi di sfida contro cui l’ex sindaco di Bari emise persino una esilarante ordinanza. A quanto pare, il recente caso di Potenza, per molti aspetti assimilabile quello di Taranto, non è stato recepito a dovere, quasi che qualcuno si sia volutamente rifiutato di imparare la lezione.

Evidentemente, nel dna del Partito democratico manca il gene della memoria. A breve e a lungo termine che sia.

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