Potrebbe essere una vera e propria case history da sottoporre agli studenti di Comunicazione Politica, quella specie di palude nebbiosa e lubrica dove in questi tempi rutilanti e tutti declinati su immagine e metafora (quando va bene…) vanno a finire miseramente fior di specialisti e spiriti a vario titolo eletti, nel senso di brillanti.

Era accaduta più o meno la stessa cosa nel 2009, quando Simeone di Cagno Abbrescia era stato contrapposto a Michele Emiliano, in lizza per il secondo mandato. Un tourbillon di agenzie, comunicatori, maitres à penser, manifesti, cozze e provoloni, slogan o semplicemente idee balzane che avrebbero voluto essere risolutive, innovative e massimamente creative, ottennero un risultato molto deludente, ma non devastante come quello che travolto Mimmo Di Paola e la sua litigiosa e confusa coalizione.

Cinque anni fa la coalizione di Centro destra era indubbiamente più compatta e riconoscibile. Quest’anno c’erano già state due scissioni; quella di Fratelli d’Italia e quella del Nuovo Centro destra, entrambe le compagini in fuga dal berlusco-centrismo fittiano (e visto il disprezzo con cui Fitto è stato ricambiato dal suo Presidente, pare pure questa una tattica perdente per l’ex enfant prodige di Maglie): ma la confusione massima nell’organizzazione della campagna, il cambio in corsa dell’Agenzia di Comunicazione con l’arruolamento del”ex portavoce di Nichi Vendola e la scelta di un’oscura ed esordiente Switch on, la presenza di fior di fior di giornalisti professionisti, nessuno dei quali però in grado di fare un minimo di coaching ad una personalità non propriamente carismatica come quella dell’Ingegnere già manager aeroportuale, tutto questo (e anche altro, ne parleremo ancora) ha concretamente contribuito alla frittata elettorale del decennio.

Di Paola, in anni in cui la politica è quasi una parolaccia, aveva intuito che presentandosi come esponente della Società Civile, avrebbe avuto maggiori chances presso un elettorato sempre più deluso e sempre meno militarizzabile. In realtà, la coalizione lo ha prima fagocitato, poi ha addirittura minacciato si sostituirlo in corsa come una camera d’aria forata al Giro d’Italia, infine lo apertamente boicottato e lasciato a se stesso, proprio al ballottaggio.

E nessuno dei professionisti e delle professioniste della Comunicazione che lo seguivano, è stato in grado di raddrizzare il tiro, imponendo per esempio a Di Paola di distinguersi, anche nel linguaggio e nei gesti, da quella “vecchia politica” che ormai parlava e agiva per lui.

Molta approssimazione, moltissima presunzione (anche massacrando la lingua italiana con quel Bari merita tu, che certo si ricorda, ma non è detto che il ricordo generi simpatia e adesione: ci ricordiamo anche di un mal di denti feroce o di un tamponamento in autostrada…), nessuna adesione etica e morale al progetto. E’ una delle ricette imbattibili per un fallimento duraturo e convincente (continua, la prima parte leggila qui).

 

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