Il Comitato Spontaneo Antimafia che da vent’anni organizza il Premio internazionale “Memorial Livatino-Saetta” ha deciso di premiare anche ilquotidianoitaliano.it, consegnando a me il riconoscimento, riservato a chi nel suo lavoro si è distinto per l’impegno sociale e per la lotta all’ingiustizia.  Rosario Angelo Livatino e Antonino Saetta erano due magistrati, originari di Canicattì, ammazzati senza pietà dalla mafia, perché la mafia l’hanno contrastata in tutti i modi. Il “Livatino-Saetta” viene dato a magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, personalità politiche e del mondo dello sport, ma anche a comuni cittadini, che con il loro elevato senso civico, si rendono esempio di una cittadinanza attiva e impegnata. Come nel caso di Domenico Lestingi (anche lui tra i premiati). L’ex dipendente della Lombardi Ecologia – anche insieme a noi – attraverso le proprie denunce, sta cercando di smascherare il meccanismo illegittimo dello smaltimento dei rifiuti in provincia di Bari. È per questa ragione – per il senso più ampio rispetto alla sola attività giornalistica – che siamo particolarmente onorati di ricevere il premio nel carcere Bicocca di Catania il prossimo 9 maggio.

Voglio condividere questa gioia – soprattutto in considerazione della complicata situazione del giornalismo e dei giornalisti italiani – con Costantino Freda, con la sua telecamera compagno di mille battaglie; con Gianluca Lomuto e Pasquale Amoruso, senza i quali bari.ilquotidianoitaliano.it non potrebbe produrre una mole così importante di reportage e inchieste; con chiunque abbia firmato uno solo o mille pezzi sul quotidiano; con chi ha ritenuto di dover segnalare il lavoro del nostro giornale. Infine voglio condividere il premio con chiunque, in questi ultimi due anni, abbia affidato a noi una sua denuncia, sperando di capirci qualcosa in più. Niente soldi. Ciò che resta è una pergamena, ma soprattutto la certezza di aver intrapreso la strada giusta, nonostante le minacce di morte e quelle più subdole – ma non per questo meno gravi – ricevute da alcuni colletti bianchi e da quanti continuano a trattare la cosa pubblica come fosse cosa loro.

Contro questo sistema continueremo a scrivere, a informare e informarci, a inimicarci vecchie volpi e marpioni di ogni tipo. Ognuno ha il diritto di far sentire la propria voce, soprattutto chi – per tanti motivi – non può farlo senza un aiuto.

CHI ERANO LIVATINO E SAETTA

Antonio Saetta, in qualità di Presidente della I sez. della Corte d’Assise d’Appello di Palermo,  presiedette il processo relativo all’uccisione del capitano Basile, che vedeva imputati i pericolosi capi emergenti come Vincenzo Puccio, Armando Bonanno, e Giuseppe Madonia. Pochi mesi dopo la conclusione del processo, e pochi giorni dopo il deposito della motivazione della sentenza che aveva condannato all’ergastolo gli imputati, Saetta fu assassinato, insieme con il figlio Stefano, il 25 settembre 1988, sulla strada Agrigento – Caltanissetta, di ritorno a Palermo, dopo avere assistito, a Canicattì, al battesimo di un nipotino.

Rosario Angelo Livatino fu freddato da quattro sicari assoldati dalla “Stidda” agrigentina (Stella in italiano) il 21 settembre del 1990, sulla strada statale 640, mentre andava in Tribunale. L’organizzazione criminale era in contrasto con cosa nostra. Era senza scorta. Del delitto fu testimone oculare Pietro Nava, sulla base delle cui dichiarazioni furono individuati gli esecutori dell’omicidio.Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni. Papa Giovanni Paolo II definì Rosario Livatino «martire della giustizia ed indirettamente della fede».

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