Con quelle stesse buste paga i più parsimoniosi riuscivano persino a mettere su casa o a pagare il matrimonio dei figli. Oggi, invece, l’Istat ci dice che il divario salario-prezzi ha raggiunto un livello record. In sostanza, a marzo l’inflazione si è attestata al 3,3%, mentre l’aumento annuo in busta paga è stato appena dell’1,2% (la crescita tendenziale più bassa dal 1983, da quando sono state pubblicate le serie storiche). La differenza più alta registrata dal 1994: 2,1%.

E allora ci si indebita con le finanziarie e si chiede aiuto all’amico strozzino. Non c’è di che essere felici. La paralisi degli stipendi corrisponde pari pari a quella del Paese. I sindacati minacciano scioperi, s’indignano, chiedono a gran voce un patto sociale per la dignità dei lavoratori e la crescita del Belpaese, ma alla fine dei conti non cambia mai niente. Anzi, no. C’è qualcosa che cambia in maniera sistematica ed esponenziale: tasse e fiscal drug. Niente aumenti uguale niente consumi. In questo modo la già malconcia nave Italia non potrà che imbarcare altra acqua.

La speranza – e menomale che quella non possono ancora tassarcela – è proprio quella di vedere lievitare i salari. L’incubo di non arrivare a fine mese – in alcuni casi molto prima – e non a causa del teatro, del cinema, dell’uscita il sabato sera o per l’acquisto di un libro o un cd, è diventato realtà. Il primo pensiero prima di uscire di casa è il prezzo della benzina. E questo per chi ha la fortuna di avercela una busta paga. L’altro lato della medaglia sono i precari, i co.co.pro, i contratti a progetto e tutte le altre formule che continuano a spacciarci per necessaria flessibilità.

Tutta questa gente è con l’acqua alla gola già all’inizio del mese. Per loro non ci sono tutele e statistiche perché sfuggono ai controlli. I numeri sbandierati a più riprese non hanno un minimo di fondamento. Tra i tanti economisti che fanno previsioni sulla ripresa c’è addirittura qualcuno convinto che l’anno terribilis sarà il prossimo. E’ arrivato il momento di chiedersi seriamente quanto ancora potremo andare avanti di questo passo.

24 aprile 2012

Antonio Loconte

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