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La chiamano “sfigata” e “fallita”, così la figlia decide di denunciare i genitori con l’accusa di violenza psicologica e fisica. Il giudice, però, li ha assolti sottolineando quanto i metodi siano “eccessivi ma efficaci”.

Una ragazzina minorenne residente in un comune del Salento, nel dicembre del 2019, aveva abbandonato casa sua e si era diretta alla caserma dei carabinieri per denunciare i propri genitori con l’accusa di ricevere insulti e percosse da loro. I militari hanno aperto un’indagine coordinata dalla pm Donatina Buffelli e nel mentre la ragazza ha confermato le accuse anche ad una psicologa, per poi trasferirsi a casa dei nonni paterni.

“Mi danno della sfigata e della fallita”, aveva raccontato la ragazzina ai carabinieri riferendosi ai propri genitori, aggiungendo di esser stata invitata molteplici volte a lasciare casa nonostante fosse minorenne e di essere stata addirittura minacciata di morte con frasi del tipo: “Qualche giorno e ti caccio via dal mondo”.

Le indagini hanno confermato che effettivamente il clima tra le mura domestiche fosse alquanto teso, in particolar modo tra madre e figlia, ma questo era dovuto anche a dei comportamenti non ottimali da parte della ragazza che era stata segnalata più volte per la cattiva condotta a scuola e, nonostante fosse minorenne, avesse già il vizio del fumo.

Il giudice del Tribunale di Lecce, Marcello Rizzo, ha alla fine assolto i genitori non considerando le loro gesta come sinonimo di maltrattamento, ma sottolineando che si tratti di “modi di educare che, per quanto eccessivi e inurbani, hanno l’intento di correggere comportamenti scorretti”. Anche nei casi in cui le violenze fisiche hanno prevalso su quelle psicologiche, il giudice ha scritto nelle proprie motivazioni che: “Gli episodi di percosse sono stati saltuari e limitati a un ristretto periodo di tempo e ciò fa ritenere non provata la abitualità delle condotte di violenza e di minaccia necessarie per la integrazione del reato di maltrattamenti”.

Alla fine è bene quel che finisce bene, perché figlia e genitori sono riusciti a ritrovare un’intesa e sono tornati a vivere insieme nella stessa casa e, secondo il parere del giudice: “Questo contribuisce a ritenere che un futuro dibattimento nulla potrebbe aggiungere al quadro già emergente dagli atti che appare insufficiente a fondare un giudizio di responsabilità”.