L’ineccepibile spiegazione del direttore generale del Policlinico, Vitangelo Dattoli, sul caso specifico dell’ambulanza bloccata per sette ore al pronto soccorso, ha scatenato la durissima reazione di numerosi medici, infermieri e soccorritori del 118. Decine di operatori hanno scritto e documentato il proprio “sequestro” nel più grande pronto soccorso della città di Bari. Tre, quattro, cinque o sei ore, non sempre per esigenze cliniche, come riportato dal direttore generale.

In quel caso il paziente non poteva essere spostato dalla barella spinale per una sospetta frattura della colonna vertebrale. Il protocollo docet, ma ciò che nessuno si spiega è il perché del blocco dell’equipaggio se, come ribadito, il pronto soccorso dispone di ben 20 barelle spinali. Sempre che 20 barelle siano sufficienti in una struttura con 300 accessi al giorno. Dove sono le barelle? E perché tutto il sistema di emergenza urgenza non dispone di barelle interscambiabili tra loro? Che razza di emergenza urgenza è quella che sottrae dal territorio un’ambulanza del 118 per 7 ore?

I casi sono quotidiani. L’ultimo risale appena a ieri e ha riguardato l’equipaggio della postazione medicalizzata di Ruvo, intervenuto su un incidente alle 7 del mattino, costretto per l’attesa al Policlinico a smontare alle 13 e non alle 8 come da turno di servizio. Tre ore e mezza di attesa al pronto soccorso e un turno di 16 ore di fila, neppure il massimo se si considera che in alcune postazioni recentemente si è arrivati fino a 48 ore di fila.

Il direttore generale del Policlinico difende la sua struttura; i soccorritori continuano a rivendicare le attese bibliche; i cittadini aspettano più del dovuto. In ogni caso, a guardare la faccenda dall’esterno, da cittadino prima ancora che da giornalista, viene da chiedersi cosa ci sia di emergenza-urgenza in questa gestione del servizio, anche perché non è ancora chiaro se le barelle manchino sul serio o qualcuno le imboschi con l’obiettivo di limitare gli accessi al pronto soccorso. Certamente la questione merita una verifica da parte dell’Azienda ospedaliera. Non si tratta di un caso isolato.

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