I volontari della Croce Rossa Italiana non sono più padroni del loro destino, ma svolgono il ruolo di manovalanza gratuita in uno scenario, fatto di deleghe in bianco, che pian piano li sta allontanando dalla gestione diretta dell’associazione di volontariato più grande d’Italia, quella che ha nel suo dna la difesa dei vulnerabili, e che oggi come non mai è estremamente vulnerabile.

Abbiamo sempre scritto del fatto che in molti hanno usato la Cri per i propri scopi. Se iniziassimo l’elenco di questi soggetti, andremmo però fuori tema. Una delle condizioni che ha agevolato la speculazione, è il fatto che ci sia una commistione tra i ruoli volontaristici e quelli per i quali si percepisce un reddito; i due ambiti non sono mai stati marcatamente distinti. Non stiamo qui a discutere se sia giusto distribuire stipendi o meno, in fondo riteniamo che le prestazioni lavorative, ovunque e comunque vengano erogate, vadano pagate.

I dipendenti strutturati, che in origine dovevano servire di supporto amministrativo-logistico all’associazione ed ai suoi volontari, oggi stanno assumendo un ruolo sempre più aggressivo e dominante, in tutta l’Associazione. Pochi fortunati riescono a passare da volontari a stipendiati e tornare, nell’arco della giornata stessa, al ruolo di volontari, costringendo chi ha rapporti con loro a funambolici ragionamenti per capire dove collocare l’interlocutore e come rapportarsi ad esso. La cosa può generare incompatibilità a raffica che comunque, come nella migliore tradizione di via Toscana, non vengono rilevate da alcuno. In ogni caso si tratta di atteggiamenti assolutamente poco opportuni per i quali non sembra esserci una fine.

Qualcuno ha fatto notare come i dipendenti, a qualsiasi titolo, non possano indossare l’uniforme rossa, che da regolamento veste la componente dei volontari. Qualcun’altro ha suggerito di cambiare tonalità cromatica a questi signori che operano per conto di Cri e che a fine mese ricevono l’accredito delle loro spettanze. Quando arriva l’equipaggio per trasportare in ospedale l’anziano parente, grazie al colore dell’uniforme i familiari saprebbero di avere a che fare con persone che stanno lavorando, dignitosamente, o con soggetti che regalano il proprio tempo al prossimo. E la differenza non è di poco conto.

Se n’è accorta anche la SEUS-118, l’azienda che in Sicilia gestisce i servizi d’emergenza per conto della regione. Con una lettera, ha imposto a tutti i suoi dipendenti di non prestare più servizio per le associazioni di volontariato, specificamente per la Croce Rossa Italiana. Essendo la Cri strutturata quale azienda fornitrice del medesimo servizio nello stesso mercato, si verrebbe a creare una concorrenza nocivamente indotta dalla doppia prestazione erogata dai dipendenti/volontari. In fondo è uno dei primi effetti della privatizzazione, il passaggio, da noi più volte sottolineato, da no profit a smart profit dell’associazione ideata da Dunant, integrato con la necessità che in un mercato convulso, tutti gli attori possano giocare ad armi pari, senza corsie preferenziali né manipolazioni della concorrenza.

Un altro effetto significativo di questa commistione e sovrapposizione tra la figura di volontario e quella di dipendente, si legge in quei Comitati di maggiori dimensioni, dove molti delegati tecnici vengono scelti tra il personale già stipendiato dalla Cri, quasi a rafforzare un vincolo tra il Presidente del Comitato, quale datore di lavoro, e lo stesso Presidente in veste di dominus dei delegati. I volontari, veri players di questo gioco a perdere, rimangono a guardare alla finestra uno scenario nel quale sono sempre meno protagonisti e sempre più chiamati a lavorare per ripianare buchi di bilancio, su partite gestite dagli stessi dipendenti, che si rapportano non più ai volontari, ma solo ai consigli direttivi che poi decidono le assunzioni e le nomine.

Un labirinto che avete voluto chiamare privatizzazione, ma che, giocato con le vecchie regole e sempre dagli stessi giocatori, non c’entra nulla con la riorganizzazione voluta dal Governo Monti.

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