È fatta. La liquidazione della storica Croce Rossa Italiana è partita in quarta. Il 23 settembre il Consiglio dell’Ente Strumentale alla Croce Rossa Italiana ha deliberato di avviare la procedura di liquidazione coatta amministrativa come prevista dalla Legge Fallimentare nazionale.

Francesco Rocca il traghettatore, Francesco Rocca il riformatore e Francesco Rocca l’innovatore non ci sono più, travolti da un tratto di penna e seppelliti tra le carte bollate di una farraginosa gestione che l’avvocato romano ha nelle sue mani dal lontano 2008 e che non ha portato assolutamente a nulla, salvo fargli incassare gli stipendi, notevoli, da Commissario straordinario, ridotti alla metà dal Capo del Governo Mario Monti quando si accorse che oltre a beneficare di una lauta retribuzione, Rocca nulla aveva fatto. Al posto di comando adesso siede Francesco Rocca il liquidatore.

Sì perché la legge, per la precisione il famigerato decreto 178, attribuisce le figure proprie della liquidazione amministrativa, la procedura particolare usata per gestire il fallimento degli Enti che non siano imprese commerciali, a persone già precedentemente individuate. Quindi Rocca diventa Commissario Liquidatore, il Comitato dell’Ente strumentale diventa Comitato di Sorveglianza della liquidazione, e le funzioni di Giudice Delegato sono assolte con pieni poteri dal ministero vigilante sulla Cri, cioè quello della Salute.

Il Commissario liquidatore ha tutti i poteri possibili ed immaginabili per la liquidazione dell’attivo, come stabilito appunto dalla Legge Fallimentare che dice: “In ogni caso per la vendita degli immobili occorrono l’autorizzazione dell’autorità che vigila sulla liquidazione ed il parere del comitato di sorveglianza”. Fino alla conclusione di questa procedura non sarà possibile aggredire il patrimonio della Croce Rossa Italiana, e tutti gli atti esecutivi, compresi quelli derivanti dalle sentenze ottenute dai dipendenti, civili e militari, per le ragioni derivanti dal servizio e dal lavoro prestato in favore della Cri, non potranno essere eseguite. Per vendere gli immobili servirà il parere congiunto del Comitato e del Ministero della Salute.

In questi giorni si è creata la gestione separata, facendo confluire tutti i debiti venutisi a creare fino all’esercizio 2011 in un enorme contenitore dal quale il Commissario potrà estrarre gruppi omogenei definibili in via transattiva, quindi con riduzioni degli importi dovuti ai creditori, con lo sconto, insomma. Nella stessa maniera è stata avviata la ricognizione definitiva del patrimonio della Cri, in uno sterminato elenco sono andati a finire anche gli immobili occupati dai vari Comitati sparsi in tutta Italia che potranno vedersi venduta la sede che hanno arredato e mantenuto a loro spese. Per continuare l’attività, questi sfortunati soci dovranno provvedere a stipulare un contratto di locazione con la nuova proprietà delle mura del loro Comitato, oppure cercarsi un’altra sede, come già in tanti stanno facendo.

Gli immobili oggi di Croce Rossa sono 1506, dei quali 1088 fabbricati e 518 terreni. Di questo lungo elenco di immobili, 80 sono pervenuti attraverso donazione modale, potrebbero cioè rientrare in possesso del donante o dei suoi eredi se la destinazione d’uso fosse cambiata dal detentore, mentre 142 sono stati inseriti già nel piano di dismissione, che finora ha dato pochissimi e sottovalutati risultati. Tra questi, i fabbricati di Jesolo in Veneto, quelli dell’Eremo di Lanzo in Piemonte, via Toscana a Roma.

Una nota di colore la dobbiamo sottolineare, in questo clima da Caporetto del volontariato che è la liquidazione fallimentare dell’Associazione più grande d’Italia. Il Presidente del Comitato Regionale del Lazio, il De Nardis che noi definiamo spesso con l’appellativo di incompatibile, ha preferito non presenziare alla riunione del 23 settembre. Probabilmente a qualcuno è venuto istintivamente il pensiero che non siamo arruffapopolo, ma che ci muoviamo nell’interesse della verità e per la sopravvivenza della parte buona della Croce Rossa Italiana. La poltrona sulla quale è finito comodo comodo Adriano De Nardis, potrebbe rendere nullo l’atto che si è deliberato in quanto lui stesso, da dirigente di Cri, non può garantire le funzioni di controllo su l’operato di lui stesso richieste dalla Legge con la nomina di un fiduciario del Ministro Lorenzin proprio su quel tavolo. Per questa ragione l’assenza, che ha un sapore molto paraculo. Noi avremmo preferito le dimissioni, forse perché non siamo tra quelli che, pur di avere una poltrona, svenderebbero tutto ed anche qualcosa in più. Nel frattempo, salutiamo assieme ai volontari di tutt’Italia le antiche mura che hanno ospitato l’idea di Dunant e che hanno visto la stessa idea passare per tre lunghi secoli da un volontario all’altro.

Invece di cercare di scoprire chi sia veramente Nicola Banti, invitiamo i volontari veri a cercarsi un altro tetto a poco prezzo, sotto il quale continuare l’attività umanitaria in favore dei più vulnerabili, e ringraziare questa dirigenza che li ha condotti per mano fino a qui, in nome di una perversa privatizzazione. Continuate a chiamarla così, se volete.

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