Una lettura superficiale e poco attenta del nostro servizio di qualche tempo fa sulle condizioni in cui erano costretti ad operare i dipendenti in servizio presso la Croce Rossa pugliese, può aver dato forse l’idea che era nostra intenzione stigmatizzare il loro comportamento e le reazioni alle nostre domande. Così fosse, ce ne scusiamo in primo luogo con chi segue le nostre inchieste, ma soprattutto con il personale dipendente, civile e militare della Croce Rossa pugliese.

In realtà, chi ci conosce e ci segue con attenzione, sa bene la battaglia che il Quotidiano Italiano porta avanti da tempo contro la dissennata privatizzazione imposta alla Croce Rossa Italiana, un ente che era patrimonio comune da 150 anni di un’intera nazione e che ora un decreto legislativo, il 178 del 2012, riduce a semplice associazione privata di promozione sociale, con risvolti di ordine economico e patrimoniale non proprio trasparenti.

A volerla dire tutta, sono proprio i dipendenti della Croce Rossa – in particolar modo i militari – a subire gli effetti negativi di questa privatizzazione, oltre poi al vero e proprio accanimento di chi, in questi lunghi anni, non ha fatto altro che vessare questa particolare categoria di lavoratori, che non beneficia neanche della possibilità di essere tutelata da un sindacato, come invece accade per tutti gli altri.

Sin dal 2008, data di insediamento del commissario dell’epoca (oggi presidente) della CRI, Francesco Rocca, contro il personale militare in servizio è partita tutta una serie di procedimenti amministrativi, più o meno leciti e giustificati, ma tutti vessatori ed afflittivi nei confronti di chi non chiedeva altro che fare il proprio dovere e meritarsi lo stipendio col quale veniva pagato.

È stata avviata un’operazione di recupero di presunti crediti nei confronti del personale, senza minimamente preoccuparsi della legittimità o meno di tale recupero. In pratica, tutto quello che prima era un diritto del personale, si è tramutato in un procedimento amministrativo a carico dei dipendenti, i quali si sono visti costretti a rivolgersi ai giudici. Vai in missione fuori sede e percepisci indennità di missione? Intanto ti tolgo l’indennità. Tu, dipendente, se ritieni che i soldi ti spettino fammi causa. Percepisci un buono pasto di un determinato valore visto che la CRI non ti garantisce il vitto per i turni di servizio superiore alle 7 ore? Intanto, te lo recupero. Tu, dipendente, fammi pure causa e vediamo se ti spetta ed in quale misura. Hai usufruito di una determinata progressione di carriera a seguito di avanzamenti che io stesso datore di lavoro ti ho concesso? Intanto ti ricostruisco la carriera a modo mio, togliendoti degli anni di servizio. Tu, dipendente, se pensi di essere stato danneggiato fammi pure causa. Io amministrazione ti ho proposto una transazione per ovviare a dei contratti che non ti ho riconosciuto? Bene, a distanza di anni, la disconosco e recupero da te i soldi che io stessa ti ho erogato a sanatoria. Tu, dipendente, non sei d’accordo? Rivolgiti al giudice.

Col passare del tempo la faccenda ha assunto toni paradossali quando i militari sono stati costretti a ricorrere ai legali praticamente per tutto ciò che li riguardava:  il riconoscimento dei contratti che non erano stati applicati, degli arretrati che non erano stati erogati, dei contributi per gli enti previdenziali, e poi ancora per le modalità delle procedure concorsuali che sono state variate in corso d’opera per coloro che dovevano rimanere in servizio e così via per tante altre situazioni.

Ora, vi chiederete, dispiace per come sono stati trattati i dipendenti ed i militari della Croce Rossa, ma a noi comuni cittadini la cosa come ci riguarda? E qua, come avrebbe detto il buon Totò, casca l’asino: la cosa riguarda, eccome, tutti i cittadini ed i contribuenti onesti del nostro strano paese. Il caso, mettiamola così, ha voluto che anno dopo anno, procedimento dopo procedimento, quasi tutti i recuperi avviati e promossi dal buon Rocca giungessero a sentenza e che, per quello stesso caso, la stragrande maggioranza della sentenze siano state favorevoli ai militari CRI.

Il fatto è che i militari, per vedere riconosciuti i propri diritti, hanno messo mano al portafogli pagando di tasca propria gli avvocati. Il signor Rocca, invece, ha avuto gioco facile ad innescare i procedimenti. Persino adesso che i giudici hanno dato ragione al personale, mica paga Rocca per l’inutilità e la facilità con cui al personale sono state sottratte somme che ora devono essere restituite. Chi pagherà, ancora una volta, sarà il povero contribuente italiano, al quale non solo hanno sottratto un ente che svolgeva un importante ruolo istituzionale a favore dei più deboli e comunque dello stato sociale, ma che ora dovrà anche pagare per tutte queste sentenze giunte a conclusione.

È delle scorse settimane, infatti, la deliberazione n.41 dell’ente strumentale alla Croce Rossa Italiana (l’ente che deve gestire fino al 31 dicembre 2017 il passaggio della CRI da ente pubblico ad associazione privata), con cui il presidente Rocca (lo ricordiamo, chiamato nel 2008 in qualità di Commissario a risanare le casse della CRI) richiede al Ministero dell’Economia e delle Finanze una “anticipazione di liquidità” pari alla bellezza di 232 milioni di euro, di cui, si badi bene, ben 14 milioni di euro per “debiti derivanti dal contenzioso oneri arretrati personale militare”; 33 milioni di euro per il pagamento delle sentenze derivanti dall’immane contenzioso che la CRI sotto la sua guida ha accumulato ed infine ben 4 milioni di euro per le sole spese legali. In pratica, oltre 51 milioni di euro a carico del contribuente per questo contenzioso portato avanti con acredine ed accanimento contro il personale in questi otto anni di ininterrotta gestione Rocca, oltre ovviamente ai restanti 181 milioni di euro comunque necessitanti di ripianamento da parte dello Stato e quindi, in ultima analisi, da parte di tutti noi.

Come se tutto ciò non bastasse, da un’attenta lettura della deliberazione n.41 del 20 maggio 2016, appare inoltre chiaro che, per il rimborso dell’anticipazione di liquidità da 232 milioni di euro, sono “prioritariamente destinati i proventi derivanti dalla dismissione del patrimonio immobiliare dell’ente strumentale alla Croce Rossa”. Come dire, ancora una volta, che con i soldi di noi tutti italiani facciamo fronte alla disastrosa situazione debitoria accumulatasi negli ultimi anni.

Si può certamente dire che la gestione della Croce Rossa targata Francesco Rocca è stata fallimentare. E veniamo ora ad un’altra questione, di cui ci siamo già occupati in passato, sia pure solo parzialmente.

Forse non tutti sanno che la Croce Rossa Italiana, in quanto sussidiaria dei poteri pubblici, fino ad ora ha svolto un importantissimo ruolo anche nel settore della difesa civile, specie per ciò che riguarda la prima immediata risposta da dare in caso di attacchi batteriologici, chimici o di altra natura. Tematiche di estrema attualità anche dopo gli ultimi attentati terroristici.

Le vigenti disposizioni di legge prevedono che chiunque abbia un ruolo prestabilito nel settore della difesa civile, debba essere in possesso del Nulla Osta di Sicurezza, ovviamente di livello tanto più superiore quanto più elevata sia la sua conoscenza ed il suo ruolo istituzionale nell’ambito del predetto settore, rilasciato dall’apposito Dipartimento delle informazioni per la sicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Saremo molto felici di essere smentiti al riguardo – ovviamente dandone atto pubblicamente, come abbiamo fatto in occasioni – ma sembrerebbe proprio che al capo supremo della Croce Rossa Italiana tale Nulla Osta di sicurezza non sia stato rilasciato a causa dei suoi trascorsi con la giustizia. La norma vuole, infatti, che il cosiddetto NOS sia rilasciato solo ed esclusivamente a chi non ha mai avuto a che fare con la giustizia, per ovvi motivi di riservatezza e tutela della sicurezza nazionale, in quanto la norma prevede appunto che, a seguito di apposite indagini, “Ogni soggetto che non dia sicuro affidamento di scrupolosa fedeltà alle istituzioni della Repubblica, alla Costituzione e ai suoi valori, nonché di rigoroso rispetto del segreto” non possa entrare in possesso del NOS.

Ad oggi, un qualsiasi cittadino italiano che intende iscriversi come volontario nel Corpo militare della CRI viene rigorosamente e giustamente controllato in ogni suo trascorso o pendenza con la giustizia e se anche, magari, da giovane, è stato fermato dalle forze dell’ordine perché stava fumando uno spinello, oggi, a distanza di anni, si vede preclusa la possibilità di perfezionare la sua iscrizione nel Corpo.

È quantomeno singolare che venga nominato prima commissario e poi presidente della Croce Rossa Italiana, a cui sono sottoposti dal primo all’ultimo tutti i militari CRI in congedo o in servizio, proprio una persona che ha avuto problemi con la giustizia, gravi al punto tale da impedirgli di ottenere il NOS necessario a trattare le delicatissime questioni di sicurezza nazionale che gli competono in virtù del suo ruolo istituzionale.

A sommare le cose c’è solo da chiedersi come mai nessuno abbia deciso fino ad oggi di fare piena luce su quello che si nasconde dietro questo processo, inarrestabile, ed inconfessabile, che sta svendendo l’immenso patrimonio, materiale e umano, della Croce Rossa Italiana a qualsiasi prezzo e senza possibilità di appello. Voi, però, continuate a chiamarla semplicemente privatizzazione.

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