Come annunciato più volte siamo finalmente a parlare delle elezioni che si sono svolte in tutt’Italia lo scorso 28 febbraio dopo solo quasi quattro anni di attesa, in barba anche all’obbligo che con fermezza veniva sancito dall’ormai famigerato decreto legislativo 178. Il tempo trascorso è servito a calibrare il procedimento elettorale sui risultati che si volevano raggiungere ed anche il regolamento elettorale, la cui mancanza è sempre stata addotta quale causa di rinvio delle più volte promesse consultazioni, presenta profili di antidemocraticità assolutamente rilevanti. Abbiamo spesso detto che non si è mai sentita l’aria di elezioni nei comitati, nessuno si è mai fatto una campagna elettorale lunga, grazie al fatto che i poteri del Presidente di un Comitato sono pressoché assoluti, minare la sua fiducia significa essere ridotti a fare il mozzo in ogni situazione. Gli incarichi, a tutti i livelli, vengono assegnati per simpatia e non per merito , sfidiamo naturalmente chiunque a dimostrarci il contrario con nomi e curricola alla mano, e quindi porsi in maniera evidente contro il mainstream significa subire almeno per quattro anni un processo stalinista di oblio forzato. L’autorizzazione a frequentare i corsi di aggiornamento viene rilasciata dal presidente che, ci raccontano i volontari, spesso nei confronti di qualcuno si dimentica di siglare il relativo permesso. L’eventuale reclamo viene dimenticato al livello gerarchico superiore a nulla valendo gli strepiti dei poveri malcapitati. In qualche comitato si è riusciti, pochissimi i casi, a presentare due liste contrapposte, una di pochi voti in vantaggio sull’altra. Se si fosse trattato anche di un minuscolo comune, la cosiddetta minoranza avrebbe avuto almeno un seggio nel consiglio. Invece la Croce Rossa, nella sua funzione di educatrice delle giovani generazioni, insegna che chi vince prende tutto, che non si fanno prigionieri, che chi ha un’opinione diversa dalla tua, un diverso modo di vedere le cose è un nemico e per questa ragione non deve poter mettere il naso nelle stanze dove si gestiscono soldi e potere. Non si sa mai! C’è poi un altro particolare del regolamento elettorale che formalmente ci trova d’accordo e che ci consente di rafforzare alcune nostre richieste mai esaudite. Nella norme è specificato che i dipendenti di Cri o i volontari che siano stati compensati per la loro opera sotto qualsiasi forma nell’anno precedente le consultazioni elettorali perdono l’elettorato attivo e passivo. In questo c’è una buona ragione che corrisponde alla necessità di non rendere palese ed a spese del contribuente il mercato dei voti. Ci risulta però che in qualche comitato dell’aera romana sia stato consentito di votare a dipendenti. Il problema deriva forse dal fato che proprio i dipendenti dovevano far notare la loro condizione al presidente del seggio? O non dovevano presentarsi proprio? Qui torniamo ad un nostro vecchio cavallo di battaglia, la pubblicità dei contrattini di collaborazione che il Presidente Flavio Ronzi ha firmato senza darne pubblicità negli ultimi due anni, quelli cioè della nuova Cri, della privatizzazione che a lui piace tanto. Gli abbiamo chiesto più volte da queste pagine di farci conoscere i nominativi ed i compensi erogati ai numerosi fortunati beneficiari, delle qualità richieste per essere assunti non ci siamo azzardati a parlare perché lui, trattando la Croce Rossa romana come un proprio giocattolo è naturalmente legittimato a fare un po’ come gli pare. Noi stimiamo che le persone a libro paga del Comitato Provinciale Cri di Roma siano circa un centinaio anche in considerazione del fatto che lo stesso comitato ha un bilancio che è superiore a quello di qualsiasi altro comitato regionale e naturalmente perdite proporzionate. Ma tutto questo è segreto, celato forse dalla necessità di non far capire e quindi si sono trovati nella condizione di non capire anche i redattori delle liste elettorali che hanno iscritto nei propri elenchi persone che non ne avevano diritto falsando obiettivamente tutto il procedimento. Noi accenniamo a Roma ma lo stesso ragionamento calza su ogni altro Comitato d’Italia. Un ultimo ragionamento bisogna spenderlo sulla platea elettorale che lo stesso badante di Francesco Rocca, il super presidente Flavio Ronzi, si è scelto per la sua plebiscitaria riconferma, applaudita da molti ma che non ha avuto il successo che l’unica lista del padrone della Cri romana doveva avere: 1897 voti su 4556 aventi diritto è un rapporto che deve far riflettere lo sboccato presidente, quelo che racconta ancora ai ragazzi che ha lasciato a piedi da Natale, ogni settimana, che tra poco gli rinnoverà il contratto. C’è anche un problema di caratterizzazione geografica. Abolite le Provincie il Comitato è stato denominato “Area metropolitana di Roma Capitale” che ha confini molto più ristretti della vecchia Provincia di Roma. In barca al principio di Unità, uni dei sette principi di Cri tanto cari ai puristi delle tradizioni, l’Associazione deve essere unica ad ogni livello. In questo caso ci sarà invece una sovrapposizione. Noi che siamo giornalisti e siamo portati a pensare male per mestiere riteniamo anche di capire quale sia la ragione di questo rimescolamento di carte in corsa: la necessità di gestire rapporti e contratti con la Prefettura di Roma attraverso un unico interlocutore, il Ronzi appunto, per il business del rifugiato, quello che faceva eccitare il dottor Buzzi e che più volte la Cri di Roma ha tentato, con scarso successo, di far decollare su larga scala. Intanto i volontari sono andati a votare credendo di poter incidere nel loro futuro, senza sapere che i giochi erano stati già decisi sopra le loro teste.

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